Intervista – Achille Mauri

Intervista – Achille Mauri

Achille Mauri, dal 2009 alla presidenza del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, è presenza di riferimento nel mondo dell’editoria. È il testimone attivo di tutta un’epoca editoriale che comprende il periodo che va dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Lo incontriamo in occasione del seminario di perfezionamento che la Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri realizza presso la Fondazione Cini, e siamo alla 36esima edizione.

Presidente Mauri, nel 1965 si fonda la Achille Mauri Editore, casa editrice che pubblica monografie su Enrico Baj, Fabio Mauri, Lucio Fontana, Enrico castellano, Sante Monachesi, Julio Le Parc. Inoltre, pubblica la rivista Versus, …

 … diretta da Umberto Eco…

…che trattava dell’attualissima semiotica. Tutti artisti contemporanei, attivi, animatori del panorama artistico dell’epoca. Erano tutti temi correnti, del presente, scottanti …

Certo, era il massimo: i tre personaggi di riferimento dell’epoca erano: Roland Barthes, geniale; Noam Chomsky, geniale; Umberto Eco, geniale. Ed è su questo che è nata Versus.

E poi l’interesse per l’arte contemporanea, …

Che è durato tutta la mia vita e che ancora mi accompagna.

Queste operazioni editoriali si radicano nella cosiddetta “avanguardia” quando, tra gli anni ‘50 e i ‘70 del Novecento, con “avanguardia” si definiva una regione, un campo di tensioni creative particolarmente ideologiche ed impegnate. A suo parere, il termine “avanguardia” ha ancora un senso attuale? Come potremo utilizzarlo, al giorno d’oggi.

Penso che oggi non abbia più senso utilizzare il termine avanguardia. Sono cambiate troppe cose. Nel mondo, non esiste un solo artista-pop che inizia una corrente che ha il tempo di svilupparsi, ce ne sono contemporaneamente 24.000, per dire tantissimi. Non ce n’è uno che fa ad esempio “arte povera”, ce ne sono di colpo 24.000, nel mondo. Al giorno d’oggi è particolarmente difficile un percorso critico sull’arte, a motivo della sua fragilità. Pensi all’orinatoio di Duchamp, operazione fortissima dal punto di vista concettuale, una svolta decisa nell’arte ma rimane debolissimo come oggetto artistico. Per indicare un altro motivo affermo che preferirei avere in casa La Primavera di Botticelli, piuttosto che l’orinatoio di Duchamp ma, al giorno d’oggi, La Primavera di Botticelli rischia di costar meno dell’orinatoio di Duchamp. Questo esempio per dire che oggi nell’arte prevale il valore finanziario, e al valore artistico in sé passa in secondo piano.

Quindi, se seguo bene il discorso, l’avanguardia dell’epoca era ancora legata all’espressione artistica in una funzione umanistica dell’arte, mentre il contesto attuale privilegia sistemi di attribuzione astratti, quale il sistema finanziario, impedendo così la possibilità di un’avanguardia realmente e intrinsecamente impegnata.

Esatto, e penso che se mio fratello Fabio fosse ancora vivo oggi, da artista qual era si occuperebbe senza dubbio di immigrazione, son sicuro. L’arte deve occuparsi di quelli che sono i drammi politici di un paese, dei drammi dell’umanità. Sono convinto dell’esistenza di un quadro di Caravaggio che ritrae il rogo di Giordano Bruno. Lui era in prima fila, immagini il buio di Campo dei Fiori ed il fuoco del rogo, era già di per se stesso un quadro del Caravaggio. Come dicevo, sono convinto che un pittore come lui lo debba aver ritratto, perché era un artista. Al giorno d’oggi, di roghi a disposizione dell’arte ce ne sono tanti, in tutto il mondo: i bambini separati dai loro genitori da Trump in America, si evocano i muri. Già solo i muri potrebbero dar via a una serie di riflessioni, al tempo dell’avanguardia era così. Quello che cerco nelle biennali e nell’editoria, da sempre, è un rapporto concreto tra arte e realtà. Non mi interessa la forma o la materia fine a se stessa.

Restiamo in ambito librario, proviamo a definire l’unità merceologica del libro. Qual è a suo parere la principale distinzione tra “prodotto” libro e qualsiasi altro prodotto commercializzato.

Consideriamo un produttore di calzature affermato, ad esempio Tod’s. In catalogo avrà, diciamo una quarantina di modelli di calzature da uomo. Dopodiché, per commercializzare quaranta modelli di scarpe da uomo riconosciute generalmente come belle ha una struttura imponente costituita da magazzini, negozi, negozi digitali, reti di distribuzione nel mondo, reparti dedicati alla pubblicità. Noi abbiamo a che fare con circa 400.000 titoli, che non hanno una pubblicità adeguata. Il mondo editoriale non se la può permettere, è un settore che non spende in pubblicità, semmai in promozione. 400.000 titoli sono un numero improbo da gestire, sono un azzardo. Si devono rapportare ad una scarsa platea di acquirenti lettori definiti forti, che leggono circa undici, dodici titoli in un anno. Le scarpe, le portano tutti. Questa è una macro-differenza. Un’altra differenza la possiamo riscontrare nel prezzo d’acquisto. Normalmente, per un paio di scarpe posso immaginare di spendere anche più di cento euro. Un libro ha il prezzo medio standard di venti, ventidue euro. Il libro si realizza con un impegno, un lavoro tremendo, ma il prezzo medio è un limite da considerare invalicabile, una specie di blocco. Tant’è vero che i titoli finiscono, con la rotazione delle edizioni, rapidamente nei tascabili. C’è gente che attende anche quattro anni l’uscita di un titolo nella paperbacks per pagarlo ad esempio dodici euro, invece di venti.

L’utilizzo delle tecnologie social è oggi d’obbligo. Secondo lei, la conformità lineare che impongono queste operazioni provoca, alla lunga, una sottrazione di personalità a ciascun operatore della filiera libraria, fino al lettore/cliente?

Le librerie devono essere un presidio culturale, questo è il loro scopo fondamentale. Nella nostra Scuola proponiamo corsi specifici e i tanti che operano con tali strumenti hanno avuto gran successo, perché creano comunità, la gente vuol partecipare in questa modalità al giorno d’oggi. Eppoi, sono di una comodità. Pensi che ricordo quando distribuivamo Selezione del Reader Digest. Ogni settimana partivano tre milioni di lettere, a potenziali abbonati. Ricordo questo ufficio che, a ritmo serrato, infinitamente imbustava e spediva dépliant. Il tipografo portava “montagne” di dépliant. Oggi, come si dice, con un “clic” si raggiungono milioni di persone.

Non esistono, nel bene e nel male, solo librerie cartacee al giorno d’oggi. Librerie fisiche e digitali. Quali prospettive d’equilibrio possiamo definire al giorno d’oggi.

Anche se oggi non fa più paura a nessuno, credo che comunque il digitale crescerà. Non è difficile trovare dei lettori forti che usano tutti e due gli strumenti di lettura. In aereo, ad esempio, leggono l’e-book e poi a casa hanno l’edizione cartacea. Diciamo che fra i vari prodotti oggetto di concorrenza del digitale, il libro ha la fortuna di essere un oggetto perfetto. Ha raggiunto l’apice del suo percorso evolutivo. Possiede la perfezione dell’uovo, sotto molti punti di vista. Le uova sono notoriamente prodotte da galline, esse richiedono un nutrimento minimo, a buon mercato. Ne producono un’infinità in tutto il mondo, con le uova si sfamano numeri giganteschi di persone, in certi casi creano la possibilità della sopravvivenza. Inoltre, consideriamo nell’uovo la compiutezza di un design assoluto, in più ha un suo “tepore” non è mai freddo, la carta del libro non è mai “fredda”. E poi è anche un elemento d’arredo, comprerei metri quadri di libri solo per arredare, se poi li leggo anche oppure no, pazienza. È un’allegria totale.

Nelle librerie di catena, si sta diffondendo un pensiero gestionale che deplora un grado di cultura medio o elevato per il personale, fondandosi sul presupposto di evitare fin da subito l’eventualità di inutili, improduttive perdite di tempo nella relazione con il cliente. Come interpreta questa realtà?

Dev’essere un fenomeno legato alle librerie tipo supermercato. Nella nostra Scuola abbiamo verificato un deciso innalzamento del livello culturale medio, soprattutto nelle libraie. Bisogna considerare poi che non si trovano librai motivati ad ogni angolo di strada. Con la Scuola, noi ne motiviamo molti, e anche ne demotiviamo. Tipico il caso del signore benestante andato in pensione la cui moglie è una grande lettrice, il figlio suona tutto il giorno e la figlia, architetto, ha il sogno di gestire una libreria. Il signore vorrebbe perciò investire in una libreria di cui si occuperebbero la moglie e la figlia. Benissimo, prima di impegnarsi con l’iscrizione e la frequentazione della Scuola, proponiamo un praticantato preventivo sul campo, in libreria per un mesetto, tanto per testare l’inclinazione. Benissimo, quando possiamo cominciare. Regolarmente, la figlia dura tre giorni e la moglie una settimana. E la libreria non si fa. Invece, il caso di due libraie francesi che hanno aperto a Parigi, nostre ospiti, di cui abbiamo ascoltato la testimonianza ieri, sono un esempio della vocazione che incontra la pratica e garantisce il successo. Sono doti personali che si manifestano entro una professionalità adeguata al talento. Ovviamente, non lo si può pretendere da tutti.

Presidente Mauri, potrebbe ricordare un evento che ritiene particolare per la cultura italiana?

Sì, Inge Feltrinelli. Nel 1961 siamo andati a Capri, per festeggiare lo Strega del libro di Dudù La Capria, Ferito a morte, dal quale poi fu tratto il film Leoni al sole, diretto da Vittorio Caprioli. Con i due fratelli La Capria, Pelos e Dudù (Raffaele), passavamo il tempo tra tuffi e nuotate. A quel tempo si portavano dei costumi da bagno sul modello di Tarzan, con i laccetti. Una mise appropriata a gente come Roberto Bolle, non certo a comuni mortali come noi. Un pomeriggio, andiamo a fare un giro in barca e Inge, bellissima ragazza, si presenta con una bustona piena di stupendi costumi, fino alle ginocchia: erano i calzoncini americani. Ci obbliga ad indossarli e, quando poi nel pomeriggio siamo sbarcati e andavamo in piazzetta, tutti ci guardavano stupefatti. Ma dal giorno seguente cominciarono a imitare il modello, e se noi oggi usiamo il costume a calzoncino americano lo dobbiamo all’ispirazione geniale di Inge Feltrinelli che “uccise” il ridicolo costumino da Tarzan. È un fatto che ricordo volentieri, anche per ricordare Inge che in quel caso ha cambiato un “costume”italiano.

Sono ormai trentasei, gli anni nei quali si svolge a Venezia il Seminario di Specializzazione della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, presso la Fondazione Giorgio Cini. Cosa significa Venezia per la Scuola e per lei personalmente?

Per me significa moltissimo, ho avuto dei grandi amici a Venezia, ad esempio Paolo Barozzi; anche Alliata era un mio grandissimo amico. E inoltre, voglio pensare che questo luogo costituisca per i librai che frequentano i nostri corsi, uno stimolo, un privilegio di carattere estetico. L’isola di San Giorgio, un luogo tra i più pensati al mondo, segnato da grandi architetti e grandi artisti, dove ogni dettaglio è rivelatore. Voglio pensare che i librai comprendano l’importanza di questo luogo unico, dove anche la rifinitura di un certo modo dei marmi nel bagno indica conoscenza, tecnica, gusto per il bello. È un luogo irrinunciabile per la Scuola, ricordiamo che Venezia fu uno tra i centri editoriali più importanti nell’Europa del Cinquecento, se non il più importante.

intervista del 24 gennaio 2019

Andrea Oddone Martin