Intervista: La lettura e l’istituzione, Angela Munari

Intervista: La lettura e l’istituzione, Angela Munari

Alla fine di Ruga Giuffa ci accoglie l’ampio alveo di Campo Santa Maria Formosa. Siamo diretti alla Biblioteca della Fondazione Querini Stampalia, benemerita istituzione veneziana. Incontriamo il Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche del Veneto, la dott. ssa Angela Munari per questa breve conversazione sul ruolo e funzione degli istituti culturali quali le biblioteche. Dott. ssa Munari, l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) è un istituto che persegue vari scopi, ce ne descrive alcuni?

L’Associazione Italiana Biblioteche esiste da almeno settant’anni e nasce come associazione di valorizzazione del ruolo sociale delle biblioteche italiane, un grande contenitore culturale. A ciò si aggiunge da almeno gli ultimi quindici anni l’attenzione particolare alla professione bibliotecaria. Il punto di forza centrale dell’AIB è considerare la biblioteca come fulcro sociale di alfabetizzazione. Un’alfabetizzazione certamente linguistica ma anche digitale, oppure di accesso all’informazione: una forma di alfabetizzazione democratica, non discriminatoria a favore della conoscenza. Un punto dell’Associazione che ritengo presenti una certa debolezza è la scarsa considerazione che in Italia si rivolge all’istituzione biblioteca, ritenendola generalmente superata da Internet dove si crede di poter raccogliere qualsiasi informazione che potrebbe trovarsi in una biblioteca. Si tratta di una credenza fallace, in quanto notoriamente l’informazione (corretta) è il risultato di una filiera che prevede una serie di passaggi consentiti e favoriti nella biblioteca, in cui ci si avvale anche di Internet. Passaggi quali la verifica delle fonti, l’incrocio con i dati, con gli avvenimenti storici, con l’attendibilità degli autori, etc. Si tratta quindi di un più attendibile lavoro di codifica e decodifica culturale che viene favorito e sostenuto in sede bibliotecaria, e che rende l’informazione nella sua più propria articolazione e non nelle forme lineari, omologate e “corte” che talvolta e sempre più spesso possiamo rilevare anche in ambiti di formazione. Possiamo purtroppo notare una sempre più radicata disattenzione per la cultura da parte della politica, che predilige l’intrattenimento, una disattenzione causata da un generale drastico abbassamento del livello culturale e umanistico, anche dei quadri politici.

Parlare di biblioteche porta inevitabilmente a concentrarsi su due soggetti essenziali, determinanti: il libro e il lettore. Il libro è portatore di quella che potremo definire “consustanzialità paradossale”: esso è un oggetto in cui centrale la vocazione alla permanenza nel tempo lungo, mantenendo pressoché inalterata la propria funzione e, contemporaneamente al giorno d’oggi, un oggetto “di consumo”, obbligato a sottostare all’imperativo economico dell’obsolescenza pianificata, della sostituzione. Proviamo a riflettere, ragionando su questa realtà.

Per iniziare, potremo certamente fare un distinguo sui vari livelli di qualità nella pratica di lettura: esistono normalmente lettori di livello diverso. Inoltre, pubblicazioni di bassa qualità sono state un fenomeno costante in tutte le epoche. L’effettivo ambientale del nostro passato non troppo antico era costituito da un’alfabetizzazione molto bassa: prima della riforma delle scuole elementari la maggioranza della popolazione italiana non era in grado né di leggere né di scrivere, per ciò pensiamo che l’approccio alla lettura non occasionale fosse particolarmente elitario, pochi a cui si riservavano edizioni di qualità. Con il progressivo miglioramento delle condizioni dei ceti medi, che passava necessariamente per l’alfabetizzazione, la percentuale di “leggenti” è aumentata vertiginosamente, ed è a questo punto che si è costituito l’odierno assetto dell’economia editoriale. Al giorno d’oggi, la stretta attualità non pone il problema del saper leggere e scrivere, ma quello dell’analfabetismo funzionale che affligge tutte le fasce d’età della popolazione. Resta comunque un fatto che merita una certa considerazione: la storia del libro attraversa ormai millenni, varie situazioni epocali (storiche, economiche, di idee del mondo, assetti politici, sociali, etc.) sono state oltrepassate e possiamo pensare che anche la nostra epoca sarà, in un modo o nell’altro, superata e ci ritroveremo in futuro nuovamente con i libri in mano. Fermo restando che la produzione editoriale di bassa qualità (e di corta vita, la cosiddetta “effimera”) ha una lunga storia, la sacralità del libro rimane fuori discussione, sacralità intesa come riconoscimento d’autorità nella testimonianza dei fondamenti della nostra civiltà. Lo conferma storicamente l’attività censoria, che si imponeva di tutelare la correttezza dei valori di riferimento all’epoca corrente. Ad ogni modo, se vogliamo individuare una problematica tutta italiana, diciamo che il numero dei lettori italiani al confronto con gli altri paesi europei è scarsissimo.

La funzione del lettore odierno costituisce il perno determinante su cui gravitano gli assetti degli impegni editoriali, è lui che determina la diffusione libraria e gli orientamenti culturali. Ciò come conseguenza del fatto che il libro appartiene ormai alla categoria delle “merci”. Di quali strumenti si avvale oggi il lettore nello svolgere la propria determinante attività?

In sostanza sono scomparsi, ormai da molti anni, i riferimenti d’opinione che davano la possibilità di un orientamento indipendente ma che non rinunciavano ad un certo grado di approfondimento. Sono dell’avviso che l’istituto che dovrà assolvere a questo importante compito, e non a parole, è la scuola di ogni ordine e grado, sostenuta in questo compito da strutture quali le biblioteche. Il patrimonio formativo dell’epoca precedente alla nostra comprendeva un’ampia panoramica di studio umanistico di stampo classico. A differenza della situazione odierna, che punta direttamente ad una specializzazione eminentemente tecnica, finalizzata alla funzione, la situazione precedente permetteva anche agli ingegneri, agli economisti la conoscenza della cultura classica. Erano le stesse persone che potevano apprezzare una terza pagina di approfondimento culturale, ed erano per lo più dotate di strumenti che permettevano una certa qualità all’esercizio critico. Abbiamo assistito ad una graduale rinuncia, da parte dell’istituzione scolastica, alla frequentazione del patrimonio umanistico: esso viene progressivamente sostituito da attività formative di altro genere, e questo graduale dissolvimento ha un corrispettivo diretto nella qualità del complesso della nostra società. Ne prendiamo atto quotidianamente. Per fare un esempio: se conosci un minimo di storia romana e vai in gita a Verona, l’Arena ha un significato ed è un luogo che compone una complessità culturale. Altrimenti, l’Arena la vivi come un vecchio colosso edilizio sopravvissuto al tempo, dove si fa l’opera lirica con “grandi cantanti” e davanti al quale il “selfie” è d’obbligo: in queste condizioni, come possiamo pensare che si possa considerare la biblioteca un luogo centrale per la società, per la comunità, per i cittadini. L’editoria contemporanea tende, per così dire, all’appiattimento perché la maggioranza dei suoi acquirenti sono ridotti ad essere ostinati consumatori di superficie, tecnicamente sviluppati ma umanisticamente perdenti. Le successive riforme degli ordinamenti scolastici avviate nel corso degli ultimi decenni hanno una responsabilità diretta in questo stato di fatto, in questo progressivo smantellamento culturale di una scuola che comprende ovviamente anche la famiglia, in una sinergica cooperazione. A lungo andare, non possiamo stupirci dell’offerta qualitativa della politica, che si situa in una posizione intermedia tra la conseguenza dell’abbassamento qualitativo della formazione e l’esigenza corrispondente di un’utenza così formata.

A questa situazione fattuale può essere ricondotta, a suo parere, la crisi degli operatori culturali di approfondimento che al giorno d’oggi non trovano più richiesta professionale?

Nel contesto attuale, gli operatori culturali agiscono nel vuoto poiché non riescono ad essere percepiti, non riesce ad essere percepita la loro importanza. La biblioteca, con l’intera rete dei musei e degli archivi, con la sua vocazione alla frequentazione quotidiana, alla crescita costante della coscienza e della conoscenza della comunità cerca di sopperire presentando la disponibilità del proprio patrimonio librario e delle proprie attività, ma di certo non è sufficiente a ribaltare una situazione che possiamo definire decadente. Peraltro, le biblioteche di pubblica lettura (distinte dalle biblioteche di conservazione e di ricerca, frequentate per lo più da specialisti), sulle quali ho lavorato molto, possono esprimere il loro potenziale ed esercitare la loro funzione solo se esiste un tessuto sociale che ne ha bisogno e che ne riconosce il valore. Ho partecipato recentemente a un convegno internazionale di settore, ed è stato imbarazzante cogliere lo stupore dei colleghi ad esempio americani all’affermazione statistica dell’esiguo 30% della popolazione italiana che ha frequentato almeno un sito culturale nell’ultimo anno, il restante nemmeno uno. E parliamo del paese con il più alto numero di siti Unesco al mondo. La sproporzione con l’80% della popolazione scandinava è scandalosa. Si palesa la paradossale incapacità di attribuire valore al bene culturale, presente in Italia in tal maggior misura che altrove. Per gli operatori culturali esteri noi italiani risultiamo incomprensibili. Che sia perché prevale ormai in maniera totalizzante la dimensione prosaica di homo consumens su quella eletta di homo civilis?

Venezia, giovedì 8 agosto 2019

Andrea Oddone Martin

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