Rassegna Stampa Libraria – 10 maggio 2026
Divide la realtà insulare giapponese a metà, il sito su cui sorge la capitale Tokyo. Metropoli di forti contrasti, fra tradizioni longeve e slancio tecnologico, divisa fra estremi di superficialità e misticismo, tra la finta Tour Eiffel, la cartolina turistica del Monte Fuji, la popolare pornografia dei manga, l’algida esasperazione verticale dei grattacieli e la devozione antica alla spiritualità nei templi venerati. Capitale in cui regnano ordine, pulizia e, nell’irrefrenabile frenesia delle folle, uno sproporzionato quanto sorprendente silenzio; le consuete mascherine per l’inquinamento, certi night club vietati agli stranieri, tassisti in guanti bianchi e sordide notti di violenza diffusa, alberghi brulicanti di prostitute, sanguinose risse. In questa Tokyo si svolge Ombre senza voce di Tokuro Nukui (Longanesi, traduzione Maria Cristina Gasperini), un thriller di redenzione diventato bestseller in patria ed ora tradotto in una dozzina di lingue. Recensione di Enrico Franceschini su Robinson de la Repubblica.
Sono trascorsi sette anni da quando la guglia della parigina Notre Dame crollò divorata dalle fiamme inesorabili, tra il profondo turbamento e lo sconcerto degli astanti. Divorante fuoco simbolico, sortita rivelatrice e opportunità catartica, rievocò i bagliori purificatori del rogo divoratore nel quale il sinologo Kien si smarrisce definitivamente, nell’Auto da fé di Elias Canetti (Adelphi, traduzione Bianca e Luciano Zagari). Il romanzo Sacro fuoco dello psichiatra Emmanuel Venet (Prehistorica Editore, traduzione Alice Laverda) prende avvio proprio dall’incendio della cattedrale di una immaginaria piccola cittadina francese, Pontorgueil. È la scintilla che consentirà alla piccola comunità di prodigarsi nella pura invenzione di senso, nell’esercizio ipocrita di un interesse gretto, sadico e autodistruttivo. Il fuoco divora, ma allo stesso tempo illumina. Recensione di Michela Marzano su Robinson.
La nostra attualità digitale si connota nella manipolazione cognitiva e lessicale; la corruzione di termini nobili come “amicizia” o “sociale” è evidente nel loro uso pervertito. Infatti, i cosiddetti “social” digitali, lungi dal promuovere disinteressatamente e altruisticamente un’autentica socialità, generano sconfinate e drammatiche solitudini, provocano patologiche sofferenze, dividono nuclei famigliari, costruiscono immaginari alternativi ed irreali. Il legame affettivo fondamentale come l’amicizia, costruito nel tempo sulla conferma di fiducia e stima, lealtà e rispetto, diventa nell’ambiente digitale l’opportunità di un esercizio voyeuristico ed esibizionista al contempo, fine a sé stesso e privo di qualsivoglia sostanza, tanto da poter essere “concessa”. L’aberrazione del significato di queste come altre importanti parole, condotto sulla scorta di un’approvazione d’uso indiscriminato e viziato, trova l’opposizione di un baluardo nel titolo Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento di Venanzio Postiglione (Solferino). Sono dieci le parole cui Postiglione rende giustizia nell’essenzialità significativa, nella potenza vitale, nella loro insostituibile rilevanza. Il senso di termini quali Democrazia, Felicità, Fraternità, Libertà, Misura, Pace, Parità, Pianeta, Talento, Verità viene difeso nel loro nucleo di identità inviolabile, contro la deriva manipolatoria. Recensione di Silvia Romani su La Lettura del Corriere della Sera.
Nel 1974 e nel 1975, la radio trasmise i due cicli del programma intitolato Le interviste impossibili. In questo celebre programma, un protagonista della cultura dell’epoca intervistava un personaggio storico ed è così che ad esempio Italo Calvino intervistava l’uomo di Neaderthal, Maria Bellonci intervistava Lucrezia Borgia, Umberto Eco intervistava Beatrice o Pitagora, Guido Ceronetti si confrontava con Attila o con Jack lo squartatore, Giorgio Manganelli interloquiva con Tutankhamon oppure con il Califfo di Bagdad (interpretati da Carmelo Bene). L’editore Bompiani pubblicò in due volumi successivi entrambi i cicli delle trasmissioni. Il finimondo è il titolo dell’ultimo romanzo di Antonio Moresco (Nutrimenti) nel quale lo stesso autore è inviato dalla testata giornalistica intitolata appunto, Il finimondo, nella città dei morti, con l’incarico di raccogliere interviste di celebri personaggi ormai defunti. È così che Moresco discute a lungo con il dott. Sigmund Freud sulle ragioni della seconda guerra mondiale, si intrattiene con Diego Armando Maradona, riesce a parlare, grazie all’ipnosi, con Adolf Hitler ma anche, e con grande emozione, con Pinocchio. Recensione di Orazio Labbate su La Lettura.
Alla fine, Marguerite Duras tentò di definire la necessità dell’atto dello scrivere, realizzò il suo testamento letterario in Scrivere. Una ragione di vita (NN Editore, traduzione Chiara Manfrinato). Un diario intimo, spezzato nello stile, nel quale riflessioni urgenti e perentorie definiscono lo scrivere (non il raccontare) come il realizzarsi di una solitudine ideale tale da permettere uno sguardo sull’origine stessa di ogni pensiero possibile. Recensione di Raffaello Palumbo Mosca su Domenica de il Sole 24 ore.
Andrea Oddone Martin
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