Rassegna Stampa Libraria – 15 marzo 2026

Rassegna Stampa Libraria – 15 marzo 2026

Il processo di categorizzazione è innato nella disposizione cognitiva umana, ma è anche una procedura di conoscenza sviluppato da una cultura. Questa funzione conoscitiva presenta indubbi vantaggi, tuttavia un limite le è congenito: la negazione dell’unicità. L’unicità rappresenta la cifra dell’individuo, da cui deriva la propria espressione. La filosofia di María Zambrano è consustanziale alla letteratura, e nel volume Note di un metodo (Edizioni degli animali, traduzione Rosella Prezzo) vengono illustrate le specifiche di un modo filosofico che non rinuncia alla propria attitudine letteraria. Come afferma Hans Tuzzi nella recensione che troviamo su La Lettura del Corriere della Sera: «tutto nella letteratura sudamericana è un animista liberare la parola dal linguaggio, sia esso erudito e letterario, sia esso corpo sangue e sudore».

Fin dall’epoca dei manoscritti miniati, l’importanza delle immagini nei libri è stata riconosciuta e perseguita. La radice enciclopedica del libro Nutrirsi. Storia di un gesto umano di Jenny Linford (Einaudi, traduzione Valentina Palombi) si evidenzia nel fatto che è edificato attorno all’imponente mole di immagini che lo costituiscono. Nella centralità antropologica dell’argomento, il libro rincorre sfacciatamente un intento di onnicomprensività totalizzante e il racconto della storia dell’alimentazione umana dalla preistoria alla modernità si trasforma in un suggestivo e colto affresco sistino, unitamente alla folta coltre di note, descrizioni, precise didascalie, opportuni rimandi. Il libro della Linford conferma l’idea che argomentare sul cibo, l’atto essenziale della vita, significa occuparsi integralmente delle civiltà umane. Recensione di Massimo Montanari sul Domenicale de il Sole 24 ore.

Ma come mangiano gli scrittori? «L’anima dell’uomo ha radici nello stomaco. Chiunque scrive molto meglio dopo una bistecca di manzo e una pinta di whiskey che non dopo una tavoletta di cioccolata da cinque cents. Il mito dell’artista morto di fame è una balla» asseriva con decisione Charles Bukowsky. Per festeggiare il termine di un romanzo, Honoré de Balzac si misurava con banchetti pantagruelici, Fëdor Dostoevskij invece, goloso di dolci, teneva nei cassetti della scrivania frutta secca, il pastilà russo, fichi secchi, etc. Ma era goloso anche di caviale, formaggio svizzero, salmone, salsicce, prosciutti e salame cotto. Quando usciva acquistava squisitezze di ogni genere, spesso dimenticandosi i panini farciti che si scioglievano nelle tasche della sua pelliccia. A Parigi, durante l’insurrezione del 1830 ricordate come Le tre gloriose giornate, Alexandre Dumas invitava l’amico Charles Nodier: «Se non sei morto, viene a cena da me e se sei morto vieni lo stesso». Solo alcuni dei gustosi aneddoti sul rapporto che celebri autori intrattennero con il cibo raccolti in A tavola con gli scrittori di Valerie Stivers e Katie Tomlinson (L’ippocampo Edizioni, traduzione Barbara Corradini). La recensione è di Giuseppe Scaraffia e si trova sul Domenicale.

Il potere generativo della parola risale al Genesi biblico, la nominazione è l’atto creativo per eccellenza. Nel romanzo Satiro o il potere delle parole del cileno Vicente Huidobro (Edizioni Arcoiris, traduzione Loris Tassi), pubblicato per la prima volta nel 1939, una portinaia scaglia veementemente un insulto verso il protagonista. È l’atto d’innesco di una nuova realtà che porterà progressivamente alla distruzione del malcapitato protagonista. Recensione di Alessandro Catalano su Robinson de la Repubblica.

Il romanzo La mattina scrivo di Franck Courtès (Playground Libri, traduzione M. Loria e B. Assenti) è la metafora del nuovo mondo dominato dalla tecnologia dello sfruttamento. Il protagonista, uomo di mezza età integrato economicamente, decide di reinventarsi rinunciando al suo privilegio anagrafico per iniziare una nuova vita entrando nell’attualità del lavoro. Oggi, a differenza del sistema precedente, il mondo del lavoro è determinato dalle piattaforme che gestiscono la precarietà lavorativa, trasformando le persone in schiavi con precisione spietata. «Gli aspiranti lavoratori sono costretti a pagare la piattaforma per avere accesso all’impiego, il loro compenso si stabilisce in un’affollata asta al ribasso e, finito il compito, sono sottomessi alle capricciose valutazioni dei clienti», dalla recensione di Lara Ricci sul Domenicale.

Preoccupante il disinteresse generale sul drammatico versante dell’emergenza climatica, il saggio intitolato Storia del mondo in 10 tempeste del famoso fisico e climatologo Vincenzo Levizzani (il Saggiatore) riporta l’attenzione sul ruolo fondamentale della Natura, concentrandosi sugli esiti degli eventi storici. È noto che la storia viene scritta dai vincitori; tuttavia, ad un esame obiettivo, non è possibile ignorare fattori spesso risultati determinanti. Ad esempio, come considerare l’abilità del generale cartaginese Annibale quando, nel giugno del 217 a.C. sgominò sorprendentemente la potenza dell’esercito di Roma, disorientato e disperso dalla fitta nebbia persistente nella zona? Oppure il genio del Duca di Wellington e del fedmaresciallo von Blücher nella disfatta della Francia napoleonica di Waterloo nel 1815, senza sapere che la pianura belga su cui si svolse la battaglia fu trasformata in un impossibile acquitrino dal nubifragio abbattutosi durante lo scontro? Recensione di Stefano Folli su Robinson.

Popolare l’espressione con la quale lo spirito illuminista, sulla traccia inaugurale di Francesco Petrarca, considerava l’ampio periodo medievale: secoli bui. L’oscurità che avvolgeva la civiltà medievale era composta da ignoranza, superstizione e declino e veniva contrapposta alla sfavillante era moderna, illuminata dalla esclusiva ratio. La storica Beatrice del Bo, nel suo studio intitolato Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo (il Mulino), si rivolge all’oscurità medievale in senso stretto. I capitoli del libro, infatti, dipanano un itinerario notturno medievale. Per il diritto medievale ciò che era lecito alla luce del giorno diveniva sospetto o proibito al calar delle tenebre. «Un furto, un’aggressione, un danneggiamento di notte pesava di più – afferma Amedeo Feniello nella recensione sul Domenicale – in quanto l’oscurità facilitava l’occultamento, rendeva più difficile il riconoscimento, indeboliva la possibilità di soccorso e di testimonianza: l’oscurità notturna ampliava l’asimmetria tra chi agiva e chi subiva». Ma non solo il diritto, nella notte vivace del medioevo ci si diverte, si lavora, si ama, si nasce e si muore, ci si sposa e si disobbedisce, si può anche dormire. La notte medievale è il luogo in cui la vita cambia volto ma non si spegne, muta regole e libertà. La prospettiva della Del Bo riscatta la vitalità di un Medioevo ricco di immaginario e umanità, anche razionale.

Andrea Oddone Martin

© RIPRODUZIONE RISERVATA