Rassegna Stampa Libraria – 2 febbraio 2025
Ogni giorno, milioni di persone si spostano per raggiungere il luogo di lavoro. È il popolo dei pendolari, per un certo numero di ore giornaliere si fa cittadino di quella nazione dai confini multiformi dello spostamento giornaliero su mezzi pubblici. L’esistenza del pendolare è sospesa per la durata dello spostamento, si conforma a statuti specifici, affina l’umana qualità dell’adattamento. Il pendolare si confronta con l’avventura, alla pari di un personaggio fantastico come l’uomo ragno, il terribile Hulk, l’uomo d’acciao, ma più spesso sviluppa una ipertrofica disposizione alla moderazione, alla tolleranza e alla sopportazione più o meno rassegnata. Ora il pendolare può consultare un vademecum: Filosofia minima del pendolare di Björn Larsson (Iperborea, traduzione Andrea Berardini), nel quale lo scrittore svedese testimonia l’ampia casistica di quarant’anni di pendolarismo. Recensione di Maria Luisa Colledani sul Domenicale de il Sole 24 ore.
Un tempo, il pendolare dedicava la parentesi dello spostamento all’esercizio della lettura, frequentemente di libri. Ancor oggi possiamo notare sugli esterni delle edicole ormai chiuse delle stazioni l’insegna «Libri». Nella maggior parte dei casi, una volti giunti sul posto di lavoro, la lettura si interrompeva. Tranne nelle industrie della Olivetti, dotate di fornite biblioteche sempre frequentabili da ogni componente della fabbrica, anche durante i turni, in una prospettiva di crescita personale, morale e comunitaria. Il saggio di Chiara Faggiolani intitolato Il problema del tempo umano. Le biblioteche di Adriano Olivetti: storia di un’idea rivoluzionaria (Edizioni di Comunità, prefazione Franco Ferrarotti) descrive la gestione e i piani operativi di un’industria economica interpretata come garanzia di civiltà, una realtà evoluta che è si è potuta realizzare grazie agli ampi orizzonti di Adriano Olivetti. Recensione di Giuseppe Lupo sul Domenicale.
In senso generale, in Italia l’idea di formazione scolastica fino al grado universitario è rimasta ancorata alla proposizione ingannevole che lega il conseguimento di un titolo di studio alla prospettiva garantita dell’esercizio di una professione. I fatti dimostrano, ormai da decenni, l’inconsistenza generale di questa equazione. L’unico risultato di questo perseverare è il dissolvimento degli obbiettivi formativi, soprattutto umanistici. Prova ne sia, afferma Claudio Giunta nella recensione de Figure della crisi di Vittorio Coletti (Il Canneto editore) sul Domenicale, il fatto che «molti, tra gli incaricati a istruire, i professori, vanno in pensione in anticipo; o benedicono anziché maledire il giorno in cui vanno in pensione; o aspettano la pensione come una liberazione». Vittorio Coletti è un insigne storico della lingua italiana che ha insegnato lungamente all’Università di Genova. In questo doppio volume sono raccolti, riuniti in una cornice narrativa, i numerosi articoli scritti dal prof. Coletti durante la sua longeva carriera, inerenti l’evoluzione della formazione universitaria italiana nel compartimento umanistico. Complessivamente, emerge un quadro d’insieme nel quale si descrive la perdita identitaria dei dipartimenti umanistici dell’università. Nell’intento di un continuo “ridisegnarsi” assecondando quella «che è parsa l’aria del tempo» hanno perso la coscienza di essere luoghi d’istruzione, cioè d’insegnamento e di studio. Ambiguità della contemporaneità, in cui si diventa scrittori con il diploma.
Irène Némirovsky scrisse la sua prima novella, Il bambino prodigio (Passigli, traduzione Maurizio Ferrara) a vent’anni, molto prima di concludere gli studi universitari. Già il suo daimon di scrittore si manifestava, rendendo proficuo il suo impegno. Ne Il carnevale di Nizza e altri racconti (Adelphi, traduzione Teresa Lussone) una serie di quadretti narrativi in cui il talento della Némirovsky scintilla intenso, tra toni svagati e leggeri, eventi tragici, atmosfere sapide, drammi umani. Il dominio di una scrittura precisa illumina le pagine rendendole più vere del vero. Recensione di Mariarosa Mancuso su Robinson de la Repubblica.
I luoghi custodiscono un valore ulteriore al dato geografico, come nel caso di Hamherst nel Massachusetts che vide i natali e la scomparsa della poetessa Emily Dickinson. Di tutta l’opera prodotta, la Dickinson non vide mai alcuna pubblicazione. Allo stesso tempo il suo lascito comprende 1800 poesie e 1300 lettere. Benedetta Centovalli racconta in Nella stanza di Emily (La Tartaruga) del suo “pellegrinaggio” sui luoghi della vita di Emily Dickinson. Una sorta di diario nel quale il rapporto tra la poesia, la casa della Dickinson, la natura circostante si incrocia in una costellazione culturale edificante. Recensione di Leonetta Bentivoglio su Robinson.
Edificante in quanto filtrata dalla irriducibile complessità della sensibilità culturale umana. «Nessun algoritmo – afferma Carlo Ossola nella recensione a Stromati di Clemente di Alessandria (Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano, introduzione, traduzione e note Moreno Morani, Giulia Regoliosi, Paola Tamburini) sul Domenicale – riuscirà mai a ridurre ad unum l’intreccio di ciò che si trasmette: di vissuto, di registrato, di sentito dire, di interpretato, di sognato o di frainteso, purché venga letto». Il codice intitolato Stromati (dal greco Stromateis, il cui significato è: tappeti, arazzi, tessiture di fili raccolti secondo un vasto disegno) di Clemente di Alessandria risale ai primi secoli dopo Cristo. L’originale completo si trova presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze, il suo contenuto rappresenta una summa della cultura del mondo greco e cristiano, tra sacro e profano. Un autentico “patchwork” culturale che da almeno diciotto secoli offre un fecondo panorama alla libera immaginazione e alla capacità di discernimento dell’uomo.
Andrea Oddone Martin
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