Rassegna Stampa Libraria – 2 novembre 2025
Nella prima parte del quarto atto de La tempesta di William Shakespeare, Prospero cerca di tranquillizzare Ferdinando sbigottito dalle visioni dello spettacolo del mondo. Peraltro, per quanto grandiosa, ogni cosa «le torri altissime, gli splendidi palazzi, i sacri templi, lo stesso globo terrestre e tutto quel che vi si contiene s’avvieranno al dissolvimento e non lasceranno dietro di sé nemmeno uno strascico di nube. Noi siam fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra piccola vita è racchiusa nel sonno». Evocando la caverna platonica, Shakespeare indica il limite della cognizione umana e la sua suprema risorsa: la memoria. Antonina, la protagonista de L’antidoto di Karen Russell (Edizioni SUR, traduzione Veronica la Peccerella) incarna la memoria collettiva della comunità. Un tragico giorno del 1935, improvvisamente dalla mente di Antonina spariscono i ricordi, si dissolve la memoria collettiva. Da quel momento, il romanzo diventa corale popolandosi dell’impegno necessario di ciascuno nel ricostruire le mappe esistenziali, i sogni dimenticati. «La memoria per Russell non è un archivio chiuso, – afferma Michela Marzano nella recensione su Robinson de la Repubblica – ma un corpo vivo che respira, si ammala, guarisce. È il luogo dove si depositano la vergogna e la grazia, la colpa e la possibilità di ricominciare».
La memoria è identità, spesso costruita con cura attorno a canoni di credibilità sociale. Nondimeno l’identità rappresenta la fuga dalla memoria altrui, al punto da figurarsi nel fenomeno della scomparsa. La raccolta di racconti Il grande buio di Enrico Macioci (Neo Edizioni) si configura unitariamente secondo due temi di riflessione: la scomparsa, appunto, e l’ombra celata nell’individualità. La scomparsa come soluzione all’inganno intessuto nel quotidiano, «il filo di veleno nella maglia indossata dalla buona borghesia occidentale» e lo sgomento del perturbante, innervato nelle nostre ossessioni. Recensione di Demetrio Paolin su La Lettura del Corriere della Sera.
Nel titolo La volta giusta, Lorenza Gentile (Feltrinelli) descrive la generazione compresa tra i ventenni e i quarantenni del presente. La condizione di coloro che non temono di dichiarare la società odierna come un luogo ostile, che non fingono di non essere stati raggirati da reiterate promesse non mantenute e che, tagliati fuori dal miraggio del “posto fisso” e troppo anziani per affidarsi agli influencer, non possono riconoscersi nei valori del passato: successo, potere, carriera a tutti i costi. Il loro futuro (ma non solo il loro) è segnato da “intelligenze artificiali” talmente potenti da rimpiazzarli, e non solo nel posto di lavoro. Una “macchina” che taglia il ramo sul quale siede l’umanità, brucia il pianeta sul quale vive e disumanizza ogni luogo. Scomparire può essere allora la soluzione, sottrarsi alla dicotomia del contesto, condannati ad un’originalità salvifica per una vita in cerca di significato. Lorenza Gentile presenta il suo libro su Robinson.
Anche Matteo Motterlini cerca di rispondere, nel suo Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino), all’attuale opacità dello sguardo e all’elusione generale verso l’emergenza climatica. L’immobilismo attuale è frutto di un problema cognitivo viziato da una percezione falsata del rischio. Immersi in un’offerta ininterrotta e smisurata di gratificazioni siamo giunti al paradosso: viviamo più a lungo e pensiamo a breve termine. Siamo ossessionati dal presente mentre dovremmo adottare comportamenti più sani e non punitivi. Recensione di Telmo Pievani su La Lettura.
Un’ideologia ipocrita legata alla nozione di “progresso” continua a condizionare le persone in modo pregiudiziale, sostenendo che la tecnologia sia un mezzo e non un fine (luoghi comuni come “dipende come la adoperi”, oppure “anche Platone criticò l’avvento della scrittura”, ancora “la tecnologia come phármakon, può essere sia medicina che veleno”). La saggista catalana Ingrid Guardiola invece nel suo L’occhio e il rasoio. Il mondo come interfaccia (il Saggiatore, traduzione Stefania Maria Ciminelli) descrive con puntualità, tra altri numerosi argomenti, l’attualità cronoscopica, nella quale le persone trascorrono la maggior parte del proprio tempo davanti ad uno schermo. «In questo nuovo regime temporale, – afferma Aldo Grasso nella recensione su La Lettura – le immagini non sono più strumenti di comunicazione o di conoscenza, ma esche iconiche concepite per provocare reazioni immediate (emozioni, desideri, allegria, repulsioni). Le reazioni immediate prevalgono così sulla riflessione con profonde conseguenze sul nostro modo di pensare, di esprimerci e di agire». Poi ci meravigliamo dell’incremento, questo sì progressivo e indiscriminato, della violenza. Oramai, la tecnologia non è più un mezzo, ma il Dominus incontrastato.
Questo tempo di nostalgie nazionaliste ci riporta al 1848. In questo periodo il principio di nazionalità assunse un ruolo centrale. «La primavera dei popoli, qualunque altra cosa fosse, fu chiaramente anche (in termini internazionali, in primo luogo) una asserzione di nazionalità, o meglio di nazionalità rivali. Tedeschi, italiani, ungheresi, polacchi, rumeni e tutti gli altri, proclamarono il diritto di erigersi in Stati indipendenti e unificati, abbraccianti tutti i membri delle rispettive nazioni contro governi oppressivi, come fecero pure i cèchi, i croati, i danesi ed altri» ci ricorda Eric Hobsbawm, «Sembrava innegabile che il far nazioni, come lo chiamava Walter Bagehot (1826-1877), fosse un processo comune a tutto il mondo, e una caratteristica ovvia e dominante dell’epoca. Così ovvia, che non ci si preoccupò di studiare la natura del fenomeno. […] Certo, gli inglesi sapevano che cosa significava essere inglesi; ma i francesi, i tedeschi, gli italiani o i russi, non avevano dubbi sulla loro identità collettiva? Forse no, ma nell’era della costruzione di nazioni si pensava che ciò implicasse la logica, necessaria non meno che desiderabile, trasformazione di “nazioni” in Stati-nazione sovrani, con un territorio compatto definito dall’area occupata dai membri di una nazione a sua volta definita dalla sua storia passata, dalla sua cultura comune, dalla sua composizione etnica e, sempre più, dalla sua lingua. Ma non v’è nulla di logico in questa implicazione». Nel brillante romanzo Lusitania di Dejan Atanackovič (Bottega Errante Edizioni, traduzione Valentina Marconi) si presenta tra l’altro un manicomio, la Casa del senno perduto di Belgrado. In questo ospedale si pratica un singolare approccio terapeutico ai pazienti che sfocia, in piena guerra mondiale, nella nascita di una repubblica utopica, un vero e proprio Stato nello Stato, dotato di Inno, primo ministro e parlamento. Uno degli innumerevoli personaggi del romanzo affermerà: «Cos’è una nazione se non una fabbricazione perfetta, un esempio di cattiva letteratura, una presunta biografia in gran parte prosaica, per non dire volgare, di individui inconsapevoli, e quindi una tragica confluenza di idee letterarie raccoltesi attorno ad una diagnosi sbagliata?». Recensione di Alessandro Catalano su Robinson.
Un’avvincente e socievole storia dell’Italia moderna, quella intitolata Però ci siamo divertiti di Mauro Orletti (Exòrma Edizioni). Una sorta di saga condita da sapidi aneddoti, intrighi, scandali, vicende politiche, tradimenti, invidie sulla base di una nutrita bibliografia documentale. Recensione di Paolo Albani sul Domenicale de il Sole 24 ore.
Altrettanto notevole il titolo Tutti a tavola. Perché la cucina italiana è un patrimonio dell’umanità di Massimo Montanari e Pier Luigi Petrillo (Laterza). Un testo fondamentale in questo tempo di “distratti”, gli autori ribadiscono il rilievo culturale della cucina italiana come fonte di valori umani e sociali fondamentali. Recensione di Gino Ruozzi sul Domenicale de il Sole 24 ore.
Andrea Oddone Martin
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