Rassegna Stampa Libraria – 23 novembre 2025
La coesione europea viene sottoposta alle energiche spinte centrifughe dei sentimenti nazionalistici, riesumati da una politica che profitta bassamente tanto sul disagio generale quanto sul carente livello culturale di massa. Peter Sloterdijk è un importante filosofo tedesco e attento osservatore della storia del pensiero europeo. Ha scritto Il continente senza qualità. Segnalibri nel romanzo d’Europa (Meltemi Editore, traduzione Stefano Vastano), un saggio nel quale l’autore sottolinea lo spaesamento degli europei, dimentichi della loro specifica essenza, sprofondati nel vuoto spirituale. Nell’intervista di Mara Gergolet al filosofo che troviamo su La Lettura del Corriere della Sera, Sloterdijk ricorda: «C’è una frase straordinaria nella Città di Dio, dove Agostino dice: se si toglie la cura della giustizia, i regni non sono altro che grandi bande di ladri. Magna latrocinia: grandi brigantaggi. Credo che questa sia una delle più grandi conquiste della cultura europea: avere concepito sé stessa (alla fine, dopo aver abbondantemente errato) come qualcosa di diverso da una grande banda di predoni». Per Sloterdijk, tutto ha inizio quando, nel IV secolo, l’arcivescovo di Milano Ambrogio nega l’entrata in Basilica all’Imperatore Teodosio I, non ancora pentito della strage comminata a Tessalonica. «La scena originaria della civiltà dell’Europa occidentale, – dice Sloterdijk – il momento in cui un’autorità spirituale si oppone al potere temporale, dimostrando che non è sovrano chi dispone di truppe e polizia, ma chi detiene l’accesso ai mezzi della salvezza, quindi ai beni spirituali della cultura».
Ormai non ha più il profilo di un fenomeno passeggero, ma è diventata una più che diffusa pratica politica. L’assenteismo elettorale ha raggiunto e superato livelli insostenibili per una democrazia autentica, fondata sulla rappresentatività reale e non burocratica. Due studiosi di vaglia quali Renato Mannheimer e Pasquale Pasquino propongono una riflessione attenta sull’attuale rapporto tra gli italiani e la politica intitolata Gli italiani e il voto (Baldini & Castoldi). Una disamina, una fotografia della situazione attuale nella quale: «destra e sinistra navigano su acque spesso agitate dalla retorica, mentre sotto la superficie i nostri destini dipendono in grande misura da forze internazionali che nessun governo italiano è in grado di controllare, ma dalle quali non si può prescindere». Stefano Folli, chiude la recensione su Robinson de la Repubblica: «le disuguaglianze si aggravano nel nostro mondo e rappresentano un tema urgente a cui le forze politiche, vecchie e nuove, non sanno rispondere».
Nella storia del pensiero, un punto tragico viene raggiunto nella coincidenza tra il nulla e la sua cognizione, il nichilismo. Tuttavia, la riflessione sul concetto è molto antica. Tra i filosofi francesi del IX secolo figurano Remigio d’Auxerre e Fredegiso di Tours, entrambi appartenenti al gruppo definito da Maurice de Wulf nel 1900 come realisti esagerati. Persino i concetti, secondo questi pensatori, possiedono una loro realtà sostanziale. Nel volume Il nulla e le tenebre, Fredegiso di Tours (La Vita Felice, cura Franca d’Agostini) definisce: «Nulla significa qualcosa, pertanto il suo significato è qualcosa che è, e cioè una cosa esistente», conseguendo la tensione creatrice del linguaggio e l’imprescindibile “presenza” delle cose che rivestirà un’importanza centrale nella migliore letteratura novecentesca di, fra gli altri, Franz Kafka, Georg W. Sebald, Robert Walser, Elias Canetti.
Esiste, nella vita di ciascuno, un momento più propizio per esercitare il pensiero autobiografico? Travolto da una diagnosi infausta, George Simenon scrisse una lunga lettera al figlio raccontando la propria infanzia, s’intitola Pedigree (Adelphi, traduzione Giannetto Bongiovanni). Philip Roth, spinto da un forte esaurimento nervoso, ricapitola la propria vita nel romanzo I fatti (Einaudi, traduzione Vincenzo Mantovani). Sbucciando la cipolla di Günter Grass (Einaudi, traduzione Claudio Groff) è la testimonianza vivida e schietta di quella ferita esistenziale che è stata la Germania dal 1939 alla fine della guerra. Conscio dell’inevitabile parzialità di un’autobiografia, Federico Zeri raccoglie in Confesso che ho sbagliato (Longanesi) una silloge di ricordi, episodi salienti, intensi e spesso decisivi, della propria esistenza. Il romanzo La scortanza di Remo Rapino (Minimum Fax) è una vasta e iridescente rimembranza del protagonista, l’ottantaquattrenne Rosinello Capobianco. Seduto su una panchina, conta le mattonelle del marciapiede e rievoca, ricorda, immagina, inventa. Una litania accorata e poetica di memorie e sogni, dall’estremità del tempo concesso. Recensione di Ermanno Paccagnini su La Lettura del Corriere della Sera.
Andrea Oddone Martin
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