Rassegna Stampa Libraria – 27 settembre 2026
Fin da tempi relativamente antichi, la nostra civiltà trova fondamento nel libro. Il libro custodisce, tramanda e perpetua la tradizione mentre definisce il contesto cognitivo dell’interpretazione del mondo, gli assetti culturali e geopolitici. Si comprende dunque quella lungimirante quanto mirabile funzione svolta dal monachesimo europeo e dei suoi scriptoria durante la disgregazione degli imperi nel custodire nei libri la conoscenza. Tuttavia, nei libri non si esaurisce la fenomenologia dell’universale ma se ne dà una mediazione conoscitiva, se ne struttura la possibile visione, si pongono le fondamenta di omogenee civiltà culturali. Ciò si riscontra con evidenza nell’iconologia dell’Annunciazione, dove impensabilmente irrompe la volontà del mondo mentre Maria legge il libro. Ne La divina lettrice. Il libro tra le mani di Maria e delle donne (il Mulino), Tiziana Plebani articola in un vasto panorama d’analisi storica e artistica una tesi che assoggetta la celebre immagine al destino della figura di Ipazia d’Alessandria: quello di rendersi emblema del processo di emancipazione femminile. Recensione di Alessandra Sarchi su La Lettura del Corriere della Sera.
«Nel vivere umano, mentre i decenni e i mezzi secoli rotolano via sempre più in fretta, con un effetto di turbine e di rovina io vedo da tempo una macchia, come vedo una macchia nella natura dell’uomo anche buono, e forse una macchia nel sole stesso. E a questa percezione, devo dire, è forse dovuta la mia propensione per il poco, o il nulla, e la mia reverenza per l’Utopia, sempre alta e presente come una luce bianca tra le nuvole basse, nello sconfortato vivere». Così scriveva, a concludere la prefazione al volume La lente scura (Adelphi, cura Luca Clerici), l’indimenticabile Anna Maria Ortese evocando un’utopia morale di integrità, semplicità, umanità quale quella incontrata tra le donne e le ragazze della Russia coeva, ricordate come «semplici come da noi nelle campagne, ma insieme supremamente gravi, compassionevoli, serene, attente al patire degli altri! Donne e ragazze russe: mai mi uscirete dal cuore, soffocato dai Tempi Moderni!». Recensione di Andrea Cortellessa su La Lettura.
I romanzi di Ito Ogawa come La cartoleria Tsubaki o l’ultimo La repubblica della felicità (Neri Pozza, traduzione Gianluca Coci) non dimenticano l’importanza della scrittura manuale e dell’arte calligrafica. «I caratteri tracciati a mano sono intrisi della personalità di chi scrive – afferma la scrittrice in un’intervista – la differenza con un’email è abissale: le stesse parole risultano completamente diverse». Nei romanzi di Ogawa, la scrittura è come una baia accogliente nella quale la vita si esprime in gesti minimi, semplici, colti nel loro valore più umano. Recensione di Ilaria Zaffino su Robinson de la Repubblica.
Ritorna in libreria Magia e civiltà dell’antropologo Ernesto de Martino (Edizioni Museo Pasqualino), un testo irrinunciabile per la metodica con la quale si confronta con il tema del magico. Una metodica che riesce a superare la barriera polemica dell’anti-magia occidentale, viziata dalla proiezione etnocentrica. Recensione di Stefano de Matteis su Domenica de il Sole 24 ore.
Non sono poi molti, i momenti veramente importanti nella vita di ciascuno. L’evento straordinario dell’apparizione, la nascita, alla quale sarà possibile anche assistervi saltuariamente; ma soprattutto il ritorno al mistero, il tuffo nell’inconosciuto della scomparsa, la morte. La vita potrà presentare numerosi altri episodi salienti e memorabili, ma nessuno di essi potrà superare la profondità arcana ed imperscrutabile dell’apparizione e della scomparsa. Nel libro intitolato Morte e destino (Nino Aragno Editore, cura Giovanni Balducci e Mauro Cascio, prefazione Antonio de Simone) il filosofo e sociologo Georg Simmel si confronta con il mistero di noi tutti, esseri morenti. Recensione di Michele Ciliberto su Domenica.
«Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano». Così l’Esodo 20,5 della Bibbia, da cui il detto le colpe dei padri ricadono sui figli. Un tale, gran lavoratore, era sposato e aveva tre figli. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, viene lasciato dalla moglie e i tre figli seguono la madre in un’altra dimora. Trascorso un po’ di tempo, l’ex-moglie si lega ad un altro uomo formando una nuova famiglia. Il giorno della festa del papà del 2005, l’ex-marito che ha subito la separazione sta percorrendo una strada in macchina quando, improvvisamente, esce di strada e precipita in un profondo bacino idrico. L’uomo riesce a uscire dalla macchina e a salvarsi ma con lui viaggiavano anche i tre figli di dieci, sette e due anni, che perdono la vita. Dove abita il dolore di Helen Garner (Nottetempo, traduzione Milena Sanfilippo) è il resoconto, dettagliato fin nelle emozioni, del lungo processo che segue questo tragico accadimento. Un processo cui l’autrice prese parte veramente, perché purtroppo non si tratta di una storia inventata. Un processo durante il quale l’accurata osservazione della Garner restituisce un sistema in cui una realtà si trasforma: giurati che si appisolano, annoiati. È possibile che in una tale tragedia sopravvenga la noia? È possibile che in un’aula di tribunale si rida? È possibile che l’incidente non sia tale e invece sia la tremenda vendetta di un Macbeth travestito da uomo delle pulizie, gran lavoratore? Recensione di Antonella Lattanzi su La Lettura.
I conflitti mediorientali ci hanno dimostrato la longevità degli strascichi e delle periodiche ricadute. Le tensioni irrisolte non si sciolgono, perdurano nel sangue delle generazioni, si caricano e scaricano violentemente in cicli ricorrenti. La medesima circostanza permea l’Irlanda del Nord, il conflitto tra cattolici irlandesi e britannici non trova risoluzione e ristagna attivamente come un vulcano che prepara le sue eruzioni. Sono ancora tutti qui dello scrittore che si cela dietro lo pseudonimo Liadan Ní Chuinn (La nuova frontiera Editrice, traduzione Daniela de Lorenzo) è una raccolta di piccole storie che raccontano le vicende, i protagonisti, i personaggi di quelle lande tormentate. Recensione di Stefano Friani su Robinson.
Nel saggio Perché il liberalismo ha fallito di Patrick J. Deneen (Edizioni La Vela, traduzione David Nieri) si mette in luce l’origine del processo sociale ed economico che ha condotto gli individui odierni ad «aver infinite possibilità di scegliere quale automobile guidare, ma assai meno possibilità di scegliere una vita che non li costringa a trascorrere ore dentro un’automobile». Così Vittorio Pelligra nella recensione che troviamo sulle pagine di Domenica de il Sole 24 ore.
Andrea Oddone Martin
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