Rassegna Stampa Libraria – 6 luglio 2025
Selvaggio ed invitto, il mistero della scrittura. Incurante delle ricette programmatiche delle didattiche a pagamento, delle vili quanto irrilevanti pappette propinate dal marketing dello spettacolo. Talvolta, alcuni eroi ardimentosi, involontariamente sconsiderati, eroi ignari, sono spinti dalla loro natura ad avvicinarsi pericolosamente al mistero della scrittura, permettendogli di baluginare, di balenare fra le parole fuggevole ed essenziale. Ponte alle Grazie ripropone, a vent’anni dalla sua prima italiana, La pazza di casa di Rosa Montero (traduzione Michela Finassi Parolo, postfazione Mario Vargas Llosa), opera festosa dell’immaginazione, briglia letteraria dell’onirico autobiografico originario, erede contemporanea del barocco de La vida es sueño di Calderón de la Barca. Recensione di Romana Petri su La Lettura del Corriere della Sera.
Percorre il limite con insistenza, Georgi Gospodinov nel suo Il giardiniere e la morte (Voland, traduzione Giuseppe dell’Agata). È un caso in cui la letteratura si confronta con l’eterno, articolando plurimi stilistici ed epocali, toni arcaici, ironici, riflessivi, tormentati e divertenti, memorie personali e umanità universali. Recensione di Alessandro Catalano su Robinson de la Repubblica.
Similmente, l’ultimo scritto di Mario Vargas Llosa intitolato I venti (Einaudi, traduzione Federica Niola) fa dell’individuale un universale. L’estremo tempo di una persona anziana si fa emblema della meschina decadenza mondiale, dimentica della dignità dell’uomo e della sua libertà. Il protagonista del breve racconto scende in piazza per protestare contro la chiusura di un cinema, ma si ritrova fra uno sparuto gruppo di persone canute. Nessuno a difendere dalle false libertà del contemporaneo. La maggioranza prona al consumo digitale, al politicamente corretto, alla tirannia degli schermi, all’esistenza solitaria del tempo rubato. Cerca di rientrare a casa ma, disorientato dalla decomposizione terminale, non ci riesce più. Recensione di Paolo di Paolo su Robinson.
«Schopenhauer e Nietzsche per primi insegnarono il profondo significato del non-senso della vita – scriveva Giorgio de Chirico nell’intervento Noi metafisisci del 1919 – e come tale non-senso potesse venir trasmutato in arte, anzi dovesse costituire l’intimo scheletro d’un arte veramente nuova, libera e profonda. I buoni artefici nuovi sono dei filosofi che hanno superato la filosofia». Il filosofo Vittorio Possenti ha dedicato la sua lunga ricerca alla metafisica, «branca della filosofia che si occupa di concetti e questioni che vanno oltre la conoscenza sensoriale e scientifica, cercando di comprendere la natura della realtà, dell’esistenza e della stessa conoscenza». Consapevole dell’indispensabilità di tali ricerche, nonostante l’imperversare attuale di una cultura del limite tecnologico, il professor Possenti dà alle stampe in due corposi volumi una selezione delle sue ricerche, intitolata Grandezza della metafisica. Opere teoretiche scelte (Mimesis). Antonio Carioti intervista Vittorio Possenti sulle pagine de La Lettura.
Famosi i Carnets di Le Corbusier, più di 4000 pagine dove il pittore architetto raccolse appunti e riflessioni; i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci; lo straordinario insieme di appunti, approfondimenti, note, riflessioni, etc. dello Zibaldone di Giacomo Leopardi; l’improptu, unicum non iterabile dei Quaderni di Simone Weil. I Libri blu di August Strindberg raccolgono in circa 1500 pagine «analisi, invettive, note dolenti e colpi di luce» del drammaturgo svedese. Franco Perrelli ne cura una selezione antologica intitolata Libri blu (Carbonio Editore). La recensione è Marta Morazzoni e si trova sul Domenicale de il Sole 24 ore.
Le tradizioni giapponesi suscitano interesse e affascinano numerosi appassionati ma, come ogni tradizione, relegano la donna in una subalternità definitiva. Jun’ichi Watanabe racconta in Nascosta tra i fiori (Giunti, traduzione Giovanni Borriello) la vera storia di Ginko Ogino, la prima giapponese diventata medico alla fine dell’Ottocento: «un’epoca in cui le donne aspettavano che gli uomini avessero finito di mangiare, camminavano qualche passo dietro di loro e parlavano sempre con rispetto quando gli si rivolgevano; era consueta l’usanza di dare alle donne dei nomi corti e facili da pronunciare, quasi fossero cani». Infatti, quando raggiunse Tokyo per studiare, la giovane Ogino cambiò il proprio nome dall’originale Gin a Ginko. Recensione di Ilaria Zaffino su Robinson de la Repubblica.
Andrea Oddone Martin
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