RECENSIONE: Alessandra Necci “Il Diavolo zoppo e il suo Compare”
Non c’è che dire, il personaggio cui Alessandra Necci ha deciso di affidare la rappresentanza del suo libro storico è di primo piano assoluto. La vita di Charles Maurice de Talleyrand Périgord, di nobili natali e ascendenza aristocratica, ha attraversato attivamente una delle faglie più aspre della storia dell’Occidente. Lo stesso co-protagonista de Il Diavolo zoppo e il suo Compare, quel Joseph Fouché figlio della Rivoluzione, classe media, campione di cinica efficienza amministrativa e zelante servitore di sé stesso, di fronte al Vescovo di Autun e al suo illustre e secolare casato si riduce a mera figura di comprimario utile al momento opportuno, ma nulla più.
Tuttavia, l’effettivo nucleo protagonista dell’intero libro non è la celeberrima abilità politica di Talleyrand né la potente e cinica funzionalità di Fouchè, bensì la storia dell’Occidente compresa tra la nascita e la morte dell’aristocratico. Sono quelli, infatti, gli anni durante i quali il mondo Antico lascia il passo all’era moderna, l’intera coscienza umana occidentale subisce una metamorfosi radicale: la trasformazione secolare di ogni aspetto, dal più elitario al più comune, l’avvicendamento di un’intera visione del mondo. Sono anni in cui il tracollo cruento accompagna la trasfigurazione, la violenza prende il sopravvento e il sangue scorre a fiumi.
Il libro della Necci, nella sua affabilità narrativa e nella sua puntualità storica, rende prossima un’epoca antica alla nostra. È possibile ravvisarne diverse tangenze, se non sovrapposizioni. Quando leggiamo: «Dietro la grazia, l’eleganza, la luminosità di quell’Olimpo gonfio di nettare e ambrosia che è la corte, si cela una zona d’ombra; a grattar via lo stucco viene fuori una società che a forza di essere spensierata si annoia, a forza di avere tutto non si interessa a niente, è cinica, opportunista, al termine del suo ciclo vitale. Il palazzo di Versailles, sorto dal nulla per volontà del Re Sole nel seicento, monumento che Luigi XIV ha voluto erigere a sé stesso e alla propria autocrazia per ribadire il suo diktat Dove sono io, lì è lo Stato, è divenuto col passare degli anni un acquario dalle pareti sigillate, nel quale si aggirano, come pesci in cattività, cortigiani apparentemente affaccendati. Schiavi del cerimoniale, costoro sciupano la loro giornata e la loro vita in rituali stanchi, inutili, obsoleti, incatenati ai privilegi, al tornaconto, ai ruoli oramai svuotati di significato» sentiamo una certa familiarità al clima descritto, nell’incombere della crisi.
Nell’ultima parte della Rivoluzione, un lucido commento di Talleyrand illumina l’ineluttabile decadenza: «Gli spettacoli, le feste da ballo, i fuochi d’artificio, il popolo ne va pazzo. Il Direttorio glieli organizza tre volte alla settimana, costano molto meno che comprare il grano, hanno sostituito le prigioni e i comitati rivoluzionari. Le dame di corte non ci sono più, ma a rimpiazzarle hanno provveduto le mogli dei nuovi ricchi, che si disputano con le sgualdrine il prezzo del lusso e della stravaganza». Continua Necci: «La ricchezza però è in mano agli speculatori, agli accaparreurs, ai corrotti, i pourris, mentre il popolo e la classe media sono alla fame. Dietro l’effimera vernice dell’allegria, dietro alla sete di divertimenti, il Paese è allo stremo. Nessuno si occupa di politica, gli ideali che hanno animato e formato la Rivoluzione sono stati sacrificati all’interesse, non ci sono punti di riferimento né uomini capaci di governare». Avvertiamo una certa contiguità, un composto di inettitudine, impotenza e bieco opportunismo confermato nel nostro tempo.
«La Rivoluzione ha mille nemici sia dentro sia fuori e per di più non ha risolto i suoi guai finanziari ed economici. Molti pensano che sia indispensabile trovare un pretesto, un modo per distogliere l’attenzione dai problemi di politica interna. La soluzione più immediata è la guerra. Brissot dichiara di fronte all’Assemblea: «La guerra sarebbe una benedizione nazionale, e l’unica calamità da temere è che non ci sia». Oggi come allora, una scappatoia sbrigativa, crudele e interessata che, per forza di cose, distrae le masse dalla dappocaggine, dall’incompetenza politica dei governanti, incapaci di fronteggiare i problemi, di individuare e intraprendere possibilità costruttive. Una falsa, come i suoi patrocinatori, soluzione: «il primo febbraio 1793 la Francia dichiara guerra all’Inghilterra e all’Olanda, per poi rivolgersi contro la Spagna. L’Europa reagisce costituendo la prima coalizione della quale fanno parte l’Inghilterra, la Prussia, la Russia, l’Austria, la Spagna, il Regno di Sardegna, lo Stato Pontificio, il Granducato di Toscana e il Regno di Napoli. […] Un così violento peggioramento della situazione estera ha delle ripercussioni negative anche su quella interna. La moneta cartacea ha perso metà del suo valore, la crisi economica è sempre più dura, manca il pane, non c’è lavoro, il carovita aumenta ogni giorno di più e il popolo fa sentire tutta la sua furia».
Attualmente, tra “patriarcati” nominati a sproposito e discriminazioni di genere, ci fa riflettere scoprire che: «Nel XVIII secolo le donne vivono un momento di gloria. L’egemonia del gentil sesso, cominciata nel Seicento, monta ora allo Zenith: nei salotti, le padrone di casa radunano attorno a loro gli spiriti eletti, i più brillanti, i più intelligenti, e danno vita a cenacoli nei quali la conversazione, il dialogo, il dibattito raggiungono livelli straordinari. Sono le signore che fanno avanzare persone e idee, che propongono e dispongono di tutte le novità, che creano o distruggono le reputazioni. Alla loro scuola si può apprendere moltissimo, nel bene e nel male perché, come è noto, sono capaci di tutto. Charles Maurice Talleyrand, che ha un animo femmineo, si trova a suo agio in loro compagnia e le utilizza in mille strategie. Più volte ha dichiarato: «Nelle circostanze importanti, bisogna mandare avanti le donne». E non è solo una battuta di spirito, si è avvalso spesso del patrocinio del gentil sesso, sempre con ottimi risultati». Il potere femminile, di donne potenti quanto Maria Antonietta d’Asburgo Lorena e di sua madre Maria Teresa d’Austria, dell’intrigante Madame de Staël, della decisiva Maria Luisa d’Asburgo Lorena, ma anche delle donne della Marcia di Versailles, della Società delle Repubblicane rivoluzionarie, di attiviste come Pauline Léon, Théroigne de Méricourt, Claire Lacombe, di scrittrici come Marie Gouze, non è affatto trascurabile ma, anche se meno appariscente, determinante.
Afferma l’autrice, denunciando l’autentico cuore dell’opera: «Fino al 1789, e per oltre mille anni, in Francia gli eventi, i fatti, le cose avevano seguito un corso abbastanza chiaro, leggibile, interpretabile secondo alcune regole che rendevano semplice (e magari obbligata) la direzione da prendere. C’era un monarca assoluto, detentore del potere temporale per diritto divino, uno Stato dalle fondamenta sempre più centralizzate, un’organizzazione sociale all’interno della quale si situavano, in virtù di un ordine preciso e immutabile, nobili, clero, Terzo stato, contadini, manovalanza. E c’era la Chiesa, che gestiva un grande potere solo in parte di natura spirituale, e un Dio che stava sopra tutto e tutti. Con l’avvento dell’Illuminismo e con la Rivoluzione questi princìpi millenari si sgretolano a velocità incredibile, i punti di riferimento vengono meno, la sostanza stessa di quello che era un modo univoco e sicuro di pensare e di agire si liquefa e scompare. L’unica cosa che conta, allora, diviene sopravvivere: quelli che non ci riescono sono condannati a soccombere, come sempre accade quando crolla una civiltà».
Lo iato incolmabile tra due diverse concezioni del mondo si manifesta nelle personalità dell’antico Talleyrand e l’emblematico uomo nuovo: Napoleone Bonaparte. Scrive Necci: «C’è un aspetto su cui Talleyrand e Napoleone la pensano in modo diverso e che sarà la vera causa del loro progressivo distacco. Tutti e due amano la Francia e desiderano un regime a lei più consono, ma Talleyrand concepisce la supremazia della sua patria in termini intellettuali, morali, culturali, economici, industriali, mentre Napoleone la sogna battagliera, prevaricatrice, egemone, debordante dalle sue frontiere naturali».
Questo voluminoso libro dà l’impressione di un impegno sostanzioso, abbisognoso di una concreta motivazione. Tuttavia, mentre il lettore passa da un capitolo al successivo, accade un incantesimo. È un libro che non si legge ma nel quale ci si immerge gradualmente e inesorabilmente, ricco di spunti, analogie. Grazie alla completezza dei suoi apparati (bibliografia e indice dei nomi) accende sinapsi di collegamento culturale, istigazioni a verifiche e ampliamenti argomentali, fomenta la comprensione e la valutazione della genesi storica della nostra modernità. Accompagnati dal sorriso sornione di una consapevolezza eccezionale, quella di Charles Maurice de Talleyrand Périgord, Principe di Benevento, Principe Duca di Talleyrand, Pari di Francia.
Andrea Oddone Martin
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Alessandra Necci
Il Diavolo zoppo e il suo Compare
Collana Gli specchi
Marsilio Editori Venezia 2015
Brossura fresata
137 x 213 x 40 mm
600 gr
662 pp
19,00 €
ISBN 9788831719414

