RECENSIONE: Elias Canetti “Le voci di Marrakech”

RECENSIONE: Elias Canetti “Le voci di Marrakech”

«Non ci si libera tutto d’un colpo di nessuna parola che sia diventata pericolosa. Prima bisogna molto pensare a rovescio». In Canetti la rilevanza della “politica”, il valore della sua parola, risiedono forse in un territorio che innanzitutto può definirsi come la pratica di un radicale rovesciamento dei modi del pensiero e della costruzione del discorso. In questa direzione lavora il disagio di Canetti per ogni architettonica; e in tale disagio irriducibile opera la grande lezione di Karl Kraus: «In Karl Kraus tutte le voglie di costruzione architettonica, abbondanti negli scrittori, si esauriscono nella singola frase». Hitler, secondo Speer (1972) testimonia drammaticamente ciò che il progetto architettonico contiene: l’evidenza del «parallelismo fra costruzione e distruzione».

In Canetti, il problema della scrittura e quello dell’esperienza mitmenschlich, dell’uomo con l’uomo, tragittano insieme, singolarmente vincolati l’uno all’altro, a partire da questa negazione. Istintivamente, per tali vie combinate, Canetti «si augura dunque la purezza dell’esperimento», quella purezza che si prova solo all’interno di un atto di ingenuo e nuovo cominciamento. Esperimento «senza storia», laddove e allorché «inventore e santo si fondono in una sola figura». Questo istinto significa innanzitutto la semplicità classica del gesto di Canetti: il suo «greco», quel «greco» da cui è spaventato nel riconoscerlo insuperabile.

Nell’ora in cui la vita e la scrittura si orientato al rovesciamento di tutte le forme che le hanno storicamente connesse alla dinamica mortale del potere, alla sua essenziale vis polemica, l’umanista Canetti ritorna alla misteriosa semplicità, alla concentrazione di un atto iniziale. Pagana prima ancora che greco-classica, è appunto l’intenzione che guida la ricerca di un luogo di ri-fondazione. Siamo così alle radici del Politico che si interroga, «per salvarli dalla morte», sul mistero di ciò che veramente lega gli uomini. L’enigma del Politico è l’enigma dell’esistenza, e «l’enigma dell’esistenza è un enigma sociale». Politica, allora, è semplicemente politeia: condizione della comunità, vita della città. Ma se, nella provincia dell’uomo, «nessuno è sulle tracce» di tale segreto, se nessuna grande architettura può progettare questa città per catturare e ambientare il valore della politeia, se la ricerca scritturale stessa non può orientarsi al paradigma e alle finalità programmatiche dell’esperimento ma soltanto all’eventualità del suo ri-darsi fulmineamente; allora il luogo della rifondazione, quel luogo che contiene e preserva (quasi mistericamente) il senso della parola, questo luogo dell’origine può essere soltanto trovato, meglio non può che del tutto inaspettatamente incontrarci.

Nella geografia di Canetti, Marrakech sembra insorgere come città-Ortung, città-radice, città-luogo d’origine. Se la gigantesca analisi antropologica di Massa e potere giunge a ribadire i caratteri della fede del Contemporaneo come «fede nella produzione», «moderno furore dell’accrescimento»; del tessuto di tale fede Marrakech segna invece l’ultima piega: il suo topos serve a tracciare i bordi ultimi-liminari della grande carta su cui distruttivamente si produce l’infinita, sempre attuale proliferazione della «scrittura» letteraria e sociale («…anche in me stesso c’è qualcosa che disprezzo, e credo che questo qualcosa sia proprio la carta»).

In Marrakech non abitano significati «altri», semmai le sue mura incidono il perimetro entro cui si realizza quel rovesciamento del senso del pensare e del dire, a cui si è fatto inizialmente cenno. Città interamente recinta, Marrakech raccoglie la produttività nella densità. L’estrema concentrazione di ogni elemento richiamato alla sua semplicità (la massa delle mercanzie radunate nei suk, negli stanzini e lungo le vie del più grande mercato del Marocco del sud), così come le carovane dei cammelli in attesa di essere inviati al macello, le frotte vocianti dei piccoli che elemosinano all’uscita del ristorante, il violento appressarsi, terrificante ma seducente, delle infermità nella tribù dei mendicanti che abitano il «deserto» del cimitero israelitico: queste masse si dichiarano indecentemente nella piena materialità del loro bisogno, ma così custodiscono «l’enigma inafferrabile» del loro valore. Nel massimo di vicinanza, paradossalmente fanno sì «che la distanza che protegge il valore non sia mai messa in pericolo».

L’uomo Canetti sembra potersi perfettamente ritrovare in questa Marrakech, nelle sue vie e nei suoi incontri che conducono al centro inesprimibile in cui soggiorna da sempre il simbolo, l’unione perfetta dell’esistenza umana e del suo senso: la vita. La radice greco-pagana e quella «santa» dell’Ebreo si ri-appaesano conciliate al centro della Mellah, nella piazzetta che è cuore del quartiere ebraico: Canetti sente di essere questa piazza. La parola politica errante, sotto le spoglie dell’assenza, nel suo testo, sembra aver raggiunto qui la meta del viaggio, nella cifra dei suoi significati «primi»: fratellanza, bene dell’umanità, Koiné.

Rianimato da questa esperienza – udendo affascinato, senza comprenderli, i cantastorie – anche lo scrittore Canetti pare ritrovare la fiducia nel raccontare: «Anch’io posso farmi ascoltare». Tornato a Londra, dopo il viaggio in Marocco (1954), Canetti annota: «Io credo che con una semplice descrizione di quello che ho visto… mi sia possibile costruire in me qualcosa di simile a una nuova città, in cui riprenderà a crescere bene il libro sulla massa, che si è arenato».

Ma questo «nuovo fondamento» che l’esperienza di Marrakech offre appare molto più travolto che confermato dallo sviluppo di Massa e potere. Perché la Marrakech rievocata in pagine cristalline dall’artista, non è riducibile all’umanistica utopia etico-politica di cui si è fin qui detto; anche questa forma, infatti, non fa che ripristinare la distanza che salva un nucleo ineffabile, il quale per ciò stesso è indisponibile al racconto, è inenarrabile. In effetti l’esperienza di Marrakech non può rifondare la teoria di Massa e potere: il sigillo che custodisce il vitale segreto di questo luogo non è traducibile in una qualsivoglia altra presunzione puro-visibilista della teoria: la sua cifra più intima è il cieco.

Ai mendicanti ciechi sono dedicate le pagine più belle del libro di Canetti: essi davvero incarnano i percorsi chiusi, le «case-fine» di questo luogo che già non è più polis, totalità formale, generalità delle relazioni interumane. Poiché non vedono le differenze i ciechi possono instaurare l’uguaglianza; e la loro invocazione non è domanda, non petizione ma pura ri-petizione. Come sulla «muraglia cinese» della frase di Kraus, l’intenzione umanistica di Canetti corre pericolosamente anche sul filo durevole e incoercibile che si dipana da questa ripetizione della parola: nell’uno e nell’altro caso queste linee non contengono un «regno». E se proprio per tale ragione Canetti resiste a Karl Kraus, prendendo distanza dal suo stile, egualmente è destino che egli debba dipartirsi anche dal simbolo di Marrakech. La politeia originaria ritrovata in Marrakech non fonda alcuna «nuova città» nel prosieguo della scrittura di Canetti; ed è certo sintomatico che dopo tale viaggio egli non pervenga in realtà più ad alcun altro «racconto» (o «romanzo») che non sia il resoconto stesso di Marrakech. In verità, nessun ponte narrativo riporta questa città nell’Europa di Canetti, nessuna traduzione consente di dispiegarne e catturarne in scrittura l’esperienza. Marrakech continua ad operare contra l’etico-politico cui allude implicitamente il testo umanistico di Canetti: e in ciò ne perturba costantemente, non ne rifonda, il «libro». Piuttosto le voci di Marrakech attraversano il resto della scrittura di Canetti come un brivido, la vincolano forse alla ripetizione del ricordo di un «unico suono» del tutto indisponibile alle differenze della composizione rappresentativa. Sicché anche questo vincolo non si costituisce a religione positiva, ma è semmai presenza di un’attitudine ad-orante della parola che giace sul fondo dello Scritto, sottraendosi però ad ogni presunzione dello scrittore di ridargli in ciò Patria e Paese. Anche la ricerca della parola politica si riproduce, allora, attraverso Marrakech, proprio in quanto però Marrakech ne ribadisce l’assenza, non è il luogo del suo positivo ritrovamento ma solo la ripetizione di un’in-stanza: eterno ripresentarsi dell’invocazione.

Per rifarci ad un paragone di Canetti già apprezzato e citato nel 1933 da Hermann Broch: la mano tuffata nel mare, una volta ritratta, porta con sé una goccia slontanata dalla patria (entheimatet), che perciò resta a provocar dolore alla mano. Il valore di tutta la ricerca di Canetti, ben al di là di ogni sua utopia o etica intenzione, sta nell’impedire che questa goccia si asciughi, e con essa la fonte del dolore. Davvero la sua arte consiste nel «ricondurre l’accadere alla paura» (Broch) senza distogliere lo sguardo: «Nella paura c’è qualcosa che vuole udire, a ogni prezzo, udire disperatamente».

Così, anche lo spazio della sua eventuale parola politica è semplicemente quello in cui con ostinazione si continua a nominare «il terribile»: e proprio questa è la capacità che egli ammira nei grandi pensatori della politica, Hobbes e de Maistre. Solo per ciò, egli può considerarsi scrittore vivente «nell’epoca che precede la scrittura, nell’epoca delle grida». Il pensatore e il politico di questa età del «terribile» ascoltano, senza presumere di comprenderle e di risolverle in teorema, le grida dell’esistente: il «nuovo fondamento» della scrittura (e della parola politica) sta nel saperle accogliere ed ascoltare.

Semplicemente come tali grida, anche le voci di Marrakech (del tutto inaudite da preordinate Armonie) consentono i suoni del nostro mondo e della nostra cultura, nell’epoca del terribile: «Le jene urlano, ma queste urla non sono che le grida di colui che le ascolta» (Lévinas).

Michele Bertaggia

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Elias Canetti

Le voci di Marrakech

Collana Biblioteca Adelphi

Traduzione Bruno Nacci

Adelphi Milano 1983

Brossura, fascicoli cuciti

140 x 220 x 11 mm

230 gr

128 pp

ISBN 9788845905278

12,00 €