RECENSIONE: Fëdor Tjutčev “Poesie”
Nella puškiniana età dei duelli, con il fioretto dei propri versi, lo scrittore russo Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873) ingaggiava lotte ben aspre tra gli elementi vitali della Terra-Madre: mari tumultuosi e cieli infuocati, venti inquietanti e abissi tenebrosi. Nella Natura cantata dal poeta russo tutto è duello e caos; l’amore stesso è «duello fatale», poiché la Natura «non è volto cieco», ma possiede un’anima cosciente. Anima tragica e leopardiana. La Natura di Tjutčev, pur reclamando in molte liriche la propria levità e un’esistenza azzurra e solare sempre incantata dal gioco fuggente della primavera, è tuttavia matrigna e ostile, Natura di procelle. Nei suoi versi le parole risuonato spesso minacciose: abissi, ombre, caos, deserti, nubi, tuoni, tumulti. Le notti si palesano quali «belve dai cento occhi». I suoi cieli notturni sono incubi pallidi e senza gioia e i suoi mari portentosi ci trascinano nella pittura pastosa dei nembi e delle acque della pittura di William Turner.
Con uno sforzo appena momentaneo
Interrompiamo per un’ora il sonno d’incanto,
E con sguardo trepido e confuso
Alzatici, miriamo l’orizzonte.
E con la testa appesantita,
Accecati da un solo raggio,
Di nuovo ricadiamo non nella pace
Ma in sogni tormentosi.
Un fremito grandioso e potente agita il mondo, pur se avvolto di mestizia e senso di finitezza. Tjutčev ama ciò che perisce e illanguidisce, subisce la malìa della fine, «ciò che appassisce è così caro», scrive. Temi che lo affratellano a quella corrente del Romanticismo tedesco che, filtrata da Schelling che frequentò durante il suo soggiorno tedesco, era giunta in Russia dando vita a quel movimento fertile, anche se breve, dei ljubomudry (gli amanti della Saggezza) con a capo Dmitrij Vladimirovic Venevitinov e Vladimir Odoevskij. È nella casa di quest’ultimo che ospiti abituali erano Lermontov, Glinka, Puškin che per primo pubblicò sulla sua rivista Il Contemporaneo i versi di Tjutčev. Questi dunque iniziò il cammino poetico all’ombra del più grande tra i poeti del suo Paese.
È pur vero ch’egli dovrà subire un periodo relativamente lungo di oblio prima di essere riportato sulla scena letteraria russa negli anni 50 da Nikolaj Alekseevič Nekrasov. Ma fu soprattutto grazie a Fëdor Ivanovič Turgenev, che molto apprezzava l’opera di Tjutčev, che questi tornò diversi anni più tardi sulla scena letteraria russa. Turgenev lo considerava un talento non «alla portata del volgo, che non cerca la folla», un talento delicato e aristocratico. Scrisse una volta Nina Berberova che ci sono dieci nomi senza i quali la poesia russa non esisterebbe, cinque dei quali indiscussi: Tjutčev è tra loro. Il poeta divenne in seguito quasi oggetto di culto da parte dei simbolisti entrando definitivamente a far parte della tradizione, cara alla letteratura russa, dei poeti-filosofi.
Tutti temi, del resto, che lo affratellano alla tradizione romantica tedesca, tradizione ch’egli ben conosceva frequentando, nel suo lungo soggiorno in Germania, Heine, Franz von Baader. Con loro aveva forgiato il proprio pensiero e la propria visione del mondo, in quella cultura che lo porterà ad aderire alla dottrina slavofila. Tjutčev è stato tutto sommato un nazionalista romantico che aveva subito anche l’influsso di De Maistre e di Chateaubriand. Il suo era un progetto pan-ortodosso, teocratico, ecumenico. C’è una poesia intitolata Geografia russa nella quale egli traccia i confini geografici ideali di un presunto regno russo. Un problema ancor oggi irrisolto quello dei confini della Russia.
Patrizia Parnisari
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Fëdor Ivanovič Tjutčev
Poesie
Collana Piccola Biblioteca
traduzione Tommaso Landolfi
Adelphi Milano 2011
Brossura fascicoli legati
105 x 176 x 12 mm
141 pp
140 gr
10,00 €
ISBN 9788845926457

