RECENSIONE: Franco Farinelli “L’invenzione della Terra”
Nella storia dell’Occidente, esiste un momento a partire dal quale ogni modalità rappresentativa corrisponderà all’omologazione di un canone. È il momento in cui Platone stabilisce il canone razionale, su base logica, come fondamento interpretativo del reale. È il passaggio dall’intelletto analogico a quello logico, dall’essere alla processualità, dall’evidenza sconcertante alle concatenazioni causali. D’un tratto l’universo viene ridotto, a tutto vantaggio d’azione (e consolazione) della civiltà.
Ne L’invenzione della Terra, il geografo Farinelli conduce il lettore a riconsiderare le proprie assodate certezze geografiche, paesaggistiche e identitarie, svelando i passaggi cognitivi storici della civiltà occidentale. Ripercorre, con ampiezza di sguardo, le cosmogonie antiche della nascita della Terra, inizialmente orizzontale e compresa tra vertigini ed abissi acquei. Le teorie oppositive ma concomitanti nelle quali la Terra è piatta e contemporaneamente sferica, ogni centro di riferimento individuabile su una superficie si fa mistero policentrico nella profondità della terza dimensione.
Il linguaggio di Farinelli è intrigante, svela la ricchezza della determinazione analogica, brulicante di dettagli significativi, di coincidenze ideali, di proiezioni simboliche. È qui che trova posto l’interpretazione di Farinelli del passaggio tra la visione arcaica dell’universo e la determinazione dominata dall’astrazione tecnologica: l’artificio di trasformazione del contorto ulivo in palo liscio e rettilineo che permetterà all’Ulisse omerico di distruggere la visione circolare e schietta del ciclope. La creazione di una modalità cognitiva conscia dell’impossibilità della visione reale, ma invece capace di identificare “le immagini” del reale. Immagini non coincidenti con la verità dell’effettivo, abbagliante ed enigmatica, feroce ed imprevedibile.
Il fantasma dell’Ulisse, questa volta dantesco, si ripresenta in tutta la sua complessità esistenziale e velleitaria nel vortice che inghiotte la pretesa di un’umanità razionale e bramosa nel Pequod di Achab, annientata dalla sconfinata potenza dell’indifferenziato mistero naturale dai profili candidi di una gigantesca creatura . Il lettore comprenderà man mano la necessità dell’invenzione di uno standard ideale che si facesse paragone omologante, che rendesse immaginabile un ordine della realtà, che ne oscurasse la poliedrica complessità, ingovernabile, infinita, caotica, arcana ed indecifrabile.
L’astrazione di un ideale che superasse il reale nello sforzo cartografico, nella matematica della prospettiva rinascimentale, nella griglia delle coordinate geografiche proposte in origine da Claudio Tolomeo, finite nel dimenticatoio culturale dell’impero romano e riemerse nel tardo medioevo. È Tolomeo, infatti, ad insegnare come si riduce la sfera alla rappresentazione piana, introducendo l’equivalenza tra globo e superficie. Ed è in questo istante che l’invenzione moderna della Terra vede la luce, per non abbandonarci più. «Una carta – afferma Farinelli – è dotata di una faccia soltanto, riduce il mondo a qualcosa che non solo è statico, immobile, fisso, rigido come un cadavere, ma anche a qualcosa di assolutamente normativo, perché non ammette alternative».
Una rappresentazione inequivoca, fedele al fondamento della ragione occidentale: il principio di non contraddizione, secondo il quale una cosa è sé stessa e non altro. Evidentemente sostituisce la verità, ma permette all’umanità la condivisione dei significati, la reciproca intesa e l’investimento fiduciario, nel tentativo di proteggerla dall’oscurità enigmatica ed imminente del mistero.
Andrea Oddone Martin
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Franco Farinelli
L’invenzione della Terra
Collana La nuova diagonale
Sellerio Editore Palermo 2016
Brossura fascicoli cuciti
118 x 195 x 9 mm
170 gr
154 pp
16,00 €
ISBN 9788838935510

