RECENSIONE: Giorgio Manganelli “Il presepio”
Risale al 1223 la realizzazione a Greccio del presepe vivente da parte di San Francesco. La rappresentazione riproponeva ciò che il Santo aveva visto in Terrasanta; così nacque la tradizione della Sacra rappresentazione, della Natività. La sua diffusione graduale e progressiva con le statuette inizia nel Seicento, ma tra il Sette e l’Ottocento diventa una vera e propria moda.
Nelle cartelle dello scritto di Manganelli, recuperato dal suo lascito e successivamente pubblicato con il titolo Il presepio, esplode fenomenale la pars Sacra della rappresentazione, l’autore restituisce alla realizzazione popolare una statura che spazia dall’ancestrale al contemporaneo. Il taglio spesso ironico non deve trarre in inganno; l’ironia di Manganelli possiede l’alto profilo della competenza, della sapiente conoscenza e geniale elaborazione letteraria.
La scrittura de Il presepio è pluridimensionale, al punto da diventare provocatoria. A sua maggior tutela, Manganelli attribuisce al proprio scritto lo status di burla teologica, alla stregua del terzo racconto della IX novella del Decamerone boccacesco. È libero così di mettere sotto il vetrino del microscopio (atomico, nel suo caso) la sacralità della rappresentazione. Vi accede con circospezione, indugiando sull’infelicità natalizia, sull’irrequietezza moderna degli affetti coatti, sulla smania angosciosa delle feste. Chiunque ne risulta vittima, uomini e donne, anziani e giovani, e pure i bambini ai quali la rappresentazione viene ipocritamente finalizzata. E già si manifesta il contrasto fenomenologico, la disomogeneità, la soglia conflittuale sulla quale viene edificato il presepio.
Ma subito, al lettore viene notificata la dimensione cosmogonica del trattato, rapidamente l’analogia tra le sfere planetarie e le sfere dell’orologio (nel linguaggio tecnico dell’orologeria, le lancette) dimensiona panoramicamente l’ampiezza della riflessione. Perciò, è nell’attimo fermato dalla staticità temporale del presepio, nell’unità impossibile di contrari irriducibili, che esso stesso si fonda. Nonostante appartenga al teatro popolare, al presepio viene attribuito dai fedeli lo “stato giuridico” di inizio del Significato, per cogliere il quale è necessario partecipare all’immobile perpetuità offerta dallo stesso. È necessario, dice Manganelli, farsi personaggio del presepio, popolano tra i personaggi popolari ma decisivo e vincolante alla Sacra rappresentazione, come la madre o il pargolo. Il termine usato da Manganelli è significativo: iscrizione. Per capire la geometria significante del presepio, per darne un quadro di intelligibilità possibile, è necessaria l’inscrizione nello stesso. Solamente secondo questa modalità può apparire l’identità equivoca e labirintica del presepio.
La paradossale immobilità temporale, interrotta tra l’apparizione cronometrica del bimbo e l’inizio del nuovo corso (coincidente con la distruzione del corrente), fa del presepio un congegno apocalittico, un ingegnoso dispositivo convenzionale che agisce nella verità. Nella verità dell’errore fondativo, della contingente coincidenza degli opposti, della coesistenza dell’essere e del non essere, dell’imbarazzato disagio del padre, dell’afflizione soccombente e rancorosa della madre, del luogo impossibile del bimbo sintomo di eternità degli inizi, del solerte tecnicismo del diligente pastore. «Certo, anche il pastore è travestito, come tutti; ma sotto c’è la pelle dura di una mostruosa corporeità, e allora che fa, che fa in questo presepio così dabbene? Può essere un sorvegliante, o piuttosto qualcosa di simile a un elettricista, che debba badare a che tutti gli effetti speciali funzionino al modo che si conviene. O che il presepio non esca dal suo compito». Dell’origine infernale della caverna-madre, dei pipistrelli angelici dalle ali «trattate con la materia con cui si fanno le aureole», esentati dal Significato. Tuttavia, loro è il compito di custodire il rispetto dell’ambiguità infera e presepiale, il rispetto dell’impossibilità dell’errore il quale allo stesso tempo fonda l’insieme. Tale è la fonte dell’angoscia natalizia, afferma Manganelli: «Il compito del presepio, come è stato delineato negli inferi, è di badare ad una vasta, capillare diffusione di crucci, angosce, errori, e perdita di innocenza».
In questa ilare quanto potente interpretazione manganelliana della Natività, i bambini e gli adulti vengono espropriati della fittizia quanto imposta ingenuità. In cambio gli viene restituita la sacralità della rappresentazione natalizia. Come nell’eterno ritorno individuato da Friedrich Nietzsche, l’avvento del “nuovo” coincide di nuovo con l’apparizione dei tre Magi-Re: l’Astrologo, il Numerico ed il Viscerale.
La qualità letteraria di Manganelli barbaglia impudente da tutte le pagine, frasi come: «Scandite i batacchi che sbattono!» rivela la geniale consanguineità con il James Joyce dell’Ulisse.
Andrea Oddone Martin
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Giorgio Manganelli
Il presepio
Collana Biblioteca Adelphi
Adelphi Milano 1992
Brossura fascicoli cuciti
140 x 220 x 9 mm
230 gr
140 pp
18,00 €
ISBN 9788845909382

