RECENSIONE: Gottfried Benn “Cervelli”

RECENSIONE: Gottfried Benn “Cervelli”

«Chi crede che con le parole si possa mentire potrebbe pensare che qui ciò avvenga». La frase in esergo con cui inizia il primo racconto della raccolta pattuisce con il lettore la condizione vincolante. Proseguendo infatti, ci si inoltra in una letteratura che non tollera sufficienze, esitazioni e mezze misure. Ci si accosta ad una letteratura maggiore, alta, “assoluta” nelle sue finalità. I personaggi che costellano i cinque racconti, compreso il principale, Rönne il medico anatomopatologo (in cui si riconosce l’alter ego dell’autore), nella prosa di Benn non posseggono il dono della verità della finzione ma divengono parte di un paesaggio letterario.

È il paesaggio, che qui comprende panorami, vedute, soggetti campestri ed agresti, quadri di paese, presenze umane, a imporsi decisivamente sulle vicende. «Stiamo attraversando vigneti, raccontava a sé stesso, piuttosto piatti, campi scarlatti che fumano di papavero. Non fa troppo caldo; un azzurro fluttua nel cielo, umido e svaporato dalle rive; le case si appoggiano alle rose e alcune vi sprofondano. Voglio comprarmi carta e matita; ora voglio annotare più che posso perché tutto non continui a scorrere via». Un paesaggio articolato e vitale, in cui le presenze trovano correlati mitologici da cui il tempo necessario alla narrazione viene esautorato e rimane la potenza espressiva della parola, temporalmente ignara. Qui si tratta di uno sguardo metafisico, quello che Giorgio de Chirico descrisse, in uno scritto degli anni venti del Novecento: «Noi che conosciamo i segni dell’alfabeto metafisico sappiamo quali gioie e quali dolori si racchiudono entro un portico, l’angolo di una strada o ancora in una stanza, sulla superficie d’un tavolo, tra i fianchi di una scatola».

Gottfried Benn percorre il sottile e pericoloso crinale posto tra la felicità manifesta del colto talento creativo e il fraintendimento innocente e distratto degli uomini non dotati. L’arte letteraria di Benn è una rete stesa a cogliere al volo i bagliori del profondo, dietro il paravento inesorabile della materia. Rönne «ascoltava nel profondo come, nel momento in cui cominciava il dolore, si facesse sentire una voce ancora più profonda». L’esclusione dell’individualità in una pratica osservativa libera, Rönne infatti «sentiva l’impeto della terra: fino alle suole, e il turgore delle potenze: non più attraverso il suo sangue». Oppure nella vita che informa le parti del nostro corpo, le quali «vivevano secondo leggi che non sono nostre e il loro destino ci è estraneo come quello di un fiume su cui navighiamo».

I racconti di Benn ci restituiscono perciò uno stato percettivo allargato, nel quale il paesaggio onnicomprensivo diventa attivo ed estende i suoi confini in un oltre temporale e spaziale: «Così la terra lo trasportava, per l’etere sommessamente, senza scosse, attraverso tutte le stelle». Ondeggiamento e dissolvimento sono gli agenti dinamici dei racconti contenuti in Cervelli, e la presenza affascinante del femminile, ricondotto all’universale generativo dell’Origine del mondo o de La sorgente di Gustave Courbet, seducente incanto figlio del mistero Orientale, erotico e fecondo: «Era l’Egitto? Era l’Africa a cingere un corpo di donna, golfo e liana attorno al flutto delle spalle?». L’accadere della presenza in Compleanno: «In lontananza rumoreggia un temporale, ma io avvengo. Nei boschi di maggio si rompe la natura, ma la notte è per me».

In questi racconti, Benn esercita la potenza letteraria senza concessioni, senza rivoltanti edulcorazioni. Trova l’incanto espressivo nella forma dei suoni, nello scontro sillabico, nella stratificazione semantica, percorrendo le strade di un acceso paesaggio con il passo del flâneur descritto in anni successivi negli appunti per i Passages parigini di Walter Benjamin: «Il suo passo si accosta e il luogo è già animato; muta, priva di spirito la sua semplice intima vicinanza gli offre cenni e indicazioni. Quante volte egli darebbe tutto il suo sapere sulla casa di Balzac o di Gavarni, sul luogo di un assalto o perfino di una barricata, per poter fiutare una soglia o riconoscere al tatto una mattonella, come qualsiasi cane di casa saprebbe fare». È questo l’esercizio della letteratura di Benn, il superamento della gabbia logica ed astratta di origini greco-latine ed il raggiungimento della somma consapevolezza tattile, palpabile, tangibile alla stregua del licantropo inquieto che vaga nella selva.

Andrea Oddone Martin

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Gottfried Benn

Cervelli

Collana Piccola Biblioteca Adelphi

Cura Maria Fancelli

Adelphi Milano 1986

Brossura fascicoli cuciti

105 x 177 x 11 mm

140 gr

122 pp

13,00 €

ISBN 9788845906176