RECENSIONE: Graham Greene “Una pistola in vendita”

RECENSIONE: Graham Greene “Una pistola in vendita”

In molti si sono cimentati nella composizione dello studio musicale (l’étude francese). Tra queste composizioni, alcune hanno consolidato il loro ruolo nell’apprendimento ma un gruppo di artisti selezionati ha prodotto studi talmente evoluti da essere eseguiti da grandi interpreti come pezzi da concerto, spesso virtuosistico. Tra gli altri, come non ricordare gli Studi di Fryderyck Chopin, Franz Liszt, Béla Bartók, György Ligeti, o ancora la monumentale Klavierübung di Johann Sebastian Bach.

Sorprenderà, ma il poliziesco Una pistola in vendita che Graham Greene scrisse nel 1935 appartiene alla categoria degli studi. Ed è la dimensione strutturale a denunciarne la pratica, in particolar modo nei primi capitoli. L’intento di Greene si presenta netto: procedere affiancando quadri, scene separate, incastonandole nel tessuto organico urbano (in questo caso, Londra), quasi avesse d’esempio l’Ulisse di James Joyce. I personaggi devono essere caratterizzati evitando la generalizzazione ma, al contrario debbono presentare un profilo talmente qualificato da rasentare la caricatura. E perseguono funzionalmente il loro compito in maniera radicale, totale. Ogni ripensamento viene bandito dallo scrittore. Rimangono alcune incertezze nella riflessione di alcuni attori, senza seguito.

I primi capitoli ricordano, nel loro sovrapposto edificarsi, il successivo Torno presto di James Barlow (Sellerio). Ogni paragrafo è un quadro, una scena teatrale ripetuta e considerata dal punto di vista di vari personaggi, nella sovrapposizione di intenti diversi, nella soggettività dei personaggi. Il primo capitolo è del protagonista, il killer psicopatico Raven, che assolve ad un compito di lavoro. Il secondo presenta “Jimmy” Mather, poliziotto antagonista e la sua fidanzata, Anne Crowder che svolgerà successivamente un ruolo cruciale. Nel terzo paragrafo appare il corpulento Cholmondeley, alias Willie Davis, un condensato di vizi capitali e autoindulgenza. Personaggio strutturale di sfondo, l’urbanistica della città di Londra, della quale vengono richiamate strade, quartieri, locali. Nel primo capitolo fa la sua apparizione il termine ultimatum, reiterata presenza che probabilmente voleva assolvere ad una funzione oracolare. Tuttavia, nel proseguire del romanzo scompare per riaffiorare solo nelle ultime pagine, quasi a riparare una dimenticanza.

Infatti, l’esuberanza del talento di Greene mal si accorda al rigore di una disciplina formale, ed allora già nel secondo capitolo assistiamo alla prima deroga, quando dalla nota e “costrittiva” Londra l’azione si sposta in una cittadina periferica di fantasia: Nottwich. È in questo luogo che lo scrittore può immaginare liberamente gli Hotels, i ristoranti, la centrale di polizia e i suoi poliziotti di provincia, il quartiere d’affari regno del sulfureo Sir Marcus, potente rappresentante del Male. Dunque, considerando un ulteriore livello del romanzo, ne comprendiamo la necessità.

Comprendiamo il vero ruolo del killer protagonista. Si chiama Raven, tradotto letteralmente: Corvo, un potente connotato simbolico. Comprendiamo la discontinuità della sua vicenda, il trauma violento delle figure genitoriali e dell’orfanotrofio, l’origine della sua psicopatologia. Una discontinuità sconvolgente, rappresentata morfologicamente dal suo labbro leporino. Un’esistenza segnata dal sacrificio, discontinuità vocativa ed esiziale, eroicamente capace di rompere gli equilibri maligni. Comprendiamo finalmente il ruolo, altrimenti irrisolto, del quinto paragrafo nel primo capitolo, dove ci ritroviamo nella redazione di un giornale (reminiscenza dall’Ulisse di Joyce?) tra giornalisti beoni, volgari e trasandati. Nel rimando reiterato a Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano di Edward Gibbon, Greene ci invita a considerare la qualità del tessuto di Una pistola in vendita: la denuncia della sconfitta dell’umanità di fronte alle dinamiche autofagiche del capitalismo, la fotografia dell’insufficienza umana.

La psicopatia di Raven corrisponde al frutto dell’organizzazione sociale, come del resto anche il disadattamento dell’ex seminarista Acky, soccorso dall’amore della sua vecchia moglie. Il tradimento sociale ha partorito l’umana vigliaccheria di questa coppia disadattata. Espressione dell’ignavia sociale è la golosità irrefrenabile, la disponibilità acritica ad ogni sorta di corruttela e mediazione, il vanitoso esibizionismo virile ma infondato, la debolezza incline al crimine del pasciuto Willie Davis/Cholmondeley. La società ha prodotto lo squilibrio di Raven; ha difeso le cause di Sir Marcus; provoca, tollera e sostiene l’indole di Davis/Cholmondeley.

Le grottesche di questo giallo non possono essere comprese se non in un quadro di profonda consapevolezza, palesata storicamente nell’ascesa del nazismo, nell’imminenza della tragedia bellica, nella crisi economica degli anni nei quali Una pistola in vendita ha visto la luce. Rimane significativa la cronologia della vicenda, collocata nel periodo pre-natalizio della vigilia della seconda guerra mondiale. Un’opera che presenta numerose affinità a Le benevole di Jonathan Littell (Einaudi).

In questo “libro dei destini maledetti” travestito da giallo d’intrattenimento, il rigoglioso talento del suo autore si evince anche da tratti minuti di felicità descrittiva, sulla soglia poetica: «labbra rosse come bacche d’inverno»; i «campi feriti» nella nebbia che si stava alzando; «una scarica di veleno gli inondò il cervello, come l’inchiostro schizzato da una seppia, macchiandogli i pensieri con il suo umore nero».

Andrea Oddone Martin

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Graham Greene

Una pistola in vendita

Collana La memoria

Traduzione Adriana Bottini

Cura Domenico Scarpa

Nota Giancarlo de Cataldo

Sellerio Editore Palermo 2020

Brossura fascicoli cuciti

120 x 168 x 15 mm

240 gr

316 pp

15,00 €

ISBN 9788838941252