RECENSIONE: Guido Morselli “Dissipatio H. G.”

RECENSIONE: Guido Morselli “Dissipatio H. G.”

Nel 1973, l’Italia era nel bel mezzo dei cosiddetti “anni di piombo”, di una pesante svalutazione monetaria della Lira sul mercato dei cambi e di una recessione economica aggravata, tra l’altro, dalla decisione dei paesi arabi membri dell’OPEC di aumentare in maniera consistente il prezzo del petrolio, con gravi ripercussioni sulle economie internazionali dei paesi importatori. Esce Amarcord del regista Federico Fellini. Cessano gli impegni statunitensi in Vietnam con gli accordi di Parigi; posato nell’Atlantico tra l’Europa e gli Stati Uniti, entra in funzione il più grande cavo telefonico sottomarino del mondo, in grado di supportare 1800 conversazioni simultanee. All’industria della plastica e delle attività inquinanti non si pongono limiti, tuttavia inizia a profilarsi una consapevolezza della crisi ambientale e della necessità di una radicale rifondazione della relazione tra gli esseri umani e il mondo che li ospita: Verso un’ecologia della mente dell’antropologo britannico Gregory Bateson (Adelphi) è del 1972. Nel 1973, lo scrittore Guido Morselli scrive Dissipatio H. G.

Com’è noto, tutta l’opera di Morselli è postuma e a tutt’oggi, il profilo dell’autore bolognese si ricava sbalzando lo sfondo dell’imperdonabile emarginazione in cui è stato confinato dal pregiudizio dell’intellighenzia editoriale dell’epoca. Portatrice naturale di un’inattualità nietzschiana, la figura di Morselli si perpetua con la potenza percettiva del Triangolo di Kanizsa. La letteratura di Morselli, nel suo andamento piano, composto, pacato e curato, al limite dell’ordinario, cela il rigore visionario con le quali la creazione viene realizzata. Le pagine scorrono davanti agli occhi del lettore con semplicità ordinata e pulita mentre definiscono una realtà sconvolgente e perturbante: improvvisamente e senza nessun preavviso, in uno dei primi giorni di giugno, l’intera umanità è scomparsa. Il fatto che sia scomparsa insieme agli abiti che, nel momento fatale, ciascuno indossava rende la tensione che percorre l’intera scrittura di Morselli, tragica ma di tono leggero, non ancora farsesco.

L’unico esemplare dell’umanità repentinamente estinta è testimone della superfluità umana, ospitata scomodamente dalla Natura come un corpo estraneo. Già nel 1973 e senza edulcorazioni, Morselli ritrae la civiltà moderna, le sue responsabilità e i suoi limiti esiziali, immaginando l’apice di una tendenza che solo lo sguardo lucido, colto ed estraneo al compromesso poteva denunciare con diretta semplicità: «Della liberazione non potete godere – afferma l’unico uomo rimasto rivolgendosi al resto dell’umanità, evaporata – Ma non che essa arrivi troppo tardi. La vostra schiavitù la volevate, ne eravate gli autori. E non poteva scomparire che con la vostra scomparsa».

Le suppellettili, spogliate di ogni presenza umana, testimoniano in quell’istante il colossale quanto irriverente paradosso dell’industria capitalista, piegata dal bieco interesse e accolta dall’ignoranza: «Chi se ne va da questo mondo “passa a miglior vita”, dicevano. E il cartellone pubblicitario invitava, appunto, ad andare “dove la vita è migliore”. La morte-premio, come emigrazione turistica collettiva, si può concepire, in un secolo com’era il nostro, vastamente dedito all’educativo esercizio del viaggiare. Il turismo, surrogato della mobilitazione generale, diceva Hans Enzesberger». In un’ottica perspicace quanto coerente, Morselli definisce la presenza umana un intermezzo; in una riflessione en passant, l’unico testimone si chiede: «mi domando se l’intermezzo ha avuto fine per davvero, o non debba ricominciare di qui a un attimo, dispettosamente. Dato che “loro” non erano né necessari né utili».

Sarà finalmente il momento di prestare ascolto a colui che fu ingiustamente punito per la sua lungimiranza? «La perdita di timore reverenziale che la Natura vasta e incontaminata usava ispirare all’uomo, è una delle menomazioni vitali di cui soffriva la nostra epoca. Ora non c’è più nessuno fra me e la Natura, le rupi e i ghiacci sono solitudine, grandezza, allo stato puro, devo ricuperare, riassaporare». Oppure: «La nostra fretta, si capisce, è patologia: ansia di bruciare la vita». Mentre la Natura si riappropria gradualmente e implacabilmente dello spazio lasciato vacante dalla civiltà posticcia, la vegetazione si fa largo tra gli interstizi, gli uccelli nidificano, famiglie di caprioli si inoltrano tra i marciapiedi, l’improvviso silenzio irreale viene pian piano sostituito dalla musica naturale, le riflessioni dell’ex-uomo si approfondiscono, si soffermano agli incroci filosofici, universali. La dimensione temporale, fino ad allora viziata, ritrova la sua sostanza: «Problema coevo all’umanità e suo, verosimile peccato originale, chiedersi: e dopo, che cosa farò? Io non me lo chiedo, sto scoprendo che l’eterno, per me che lo guardo da un’orbita di parcheggio, è la permanenza del provvisorio. La dilatazione estrema dell’attimo, e in termini empirici questo vuol dire: stato di differibilità assoluta».

Un antico aforisma di origini orientali, ripreso variamente da successive culture, recita: «il Maestro vivendo insegna a morire, e morendo insegna a vivere».

Andrea Oddone Martin

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Guido Morselli

Dissipatio H.G.

Collana Gli Adelphi

Adelphi Milano 1977

Brossura fresata

150 gr

142 pp

ISBN 9788845927157

12,00 €