RECENSIONE: Guido Zaccagnini “Una storia dilettevole della musica”

RECENSIONE: Guido Zaccagnini “Una storia dilettevole della musica”

La calunnia, indubbiamente, è un venticello. Il Basilio del Barbiere rossiniano canta: «Un’auretta assai gentile, / Che insensibile, sottile, / Leggermente, dolcemente / Incomincia a sussurrar / Piano piano, terra terra, / Sottovoce, sibilando, / Va scorrendo, va ronzando; / Nelle orecchie della gente / S’introduce destramente…».

Ed è proprio qui, tra una calunnia e una perfidia, tra velenose invettive e sprezzanti contumelie, che si pone l’originale libro del musicologo Guido Zaccagnini, Una storia dilettevole della musica. Insulti, ingiurie, contumelie e altri divertimenti. Una narrazione, certo dilettevole, ma soprattutto arguta e sorniona. Nelle cinquecento pagine di questo insolito volume, un centinaio sono riservate all’apparato critico, fornito di vasta bibliografia. Sì perché, questo libro ha soltanto l’apparente leggerezza del divertissement, ma in realtà è una fonte inesauribile di aneddoti musicali basati su fonti storiche. Ma qualcosa rende ancor più prezioso questo libro: sono le brevi lezioni o forse schede di approfondimento, che Zaccagnini, storico della musica e musicista egli stesso, riporta alla fine di ogni capitolo; pagine incisive ed esaustive su temi che vanno dal Contrappunto alla Fuga, dalla Tonalità al Diatonismo e cromatismo, dalla modulazione alla dodecafonia e all’orchestrazione. Particolarmente interessanti le due lezioni su L’ironia nella musica, (Robert Schumann) e Il Lied, (Gustav Mahler) in cui vengono analizzate, in modi diversi, i rapporti tra la parola, il testo letterario e la musica.

Ciò che ci viene svelato in queste pagine sulle meschinità di musicisti grandi e piccoli è pura realtà, non improvvisati e bizzarri chiacchiericci o maldicenze. Nessuno, ma proprio nessuno, viene risparmiato da critiche più o meno feroci. Basta scorrere l’indice dei 30 capitoletti “monografici” del libro che vanno da Händel a Stravinskij, per renderci conto di quanto il terreno musicale sia da sempre (e non solo quello musicale) disseminato di invidie e contumelie. Ecco alcuni esempi di giudizi e soprannomi, a dir poco imbarazzanti e sgarbati, che i grandi della musica si sono scambiati: Johann Sebastian Bach: La mummia / Franz Liszt: L’assassino di pianoforti / Wolfgang Amadeus Mozart: Il pasticciere rococò / Giacomo Puccini: Tombeur des femmes e di pernici / Giuseppe Verdi:Musicista e contadino.

Ma questo è solo l’inizio. Quando infatti ci addentriamo tra queste pagine una valanga di piccinerie ci travolge. Tra quelli più colpiti vi furono Richard Wagner e Gioachino Rossini. Quest’ultimo lo sapeva fin troppo bene se scrisse a proposito della Calunnia che:

Alla fin trabocca e scoppia,
Si propaga, si raddoppia
E produce un’esplosione…

E il meschino calunniato,
Avvilito, calpestato,
Sotto il pubblico flagello
Per gran sorte ha crepar.

Rossini fu bersaglio fin troppo facile a causa del suo stile di vita godereccio e mondano. Schumann lo chiamava semplicemente il “dissoluto italiano”, e lo considerava nulla di più di un ottimo pittore di decorazioni, qualcosa cioè che poteva sopravvivere soltanto nell’artificiosità d’un teatro. Mendelssohn lo prese come parametro un po’ di tutta la musica del Bel Paese: «La musica italiana sarà sempre per me come un cicisbeo volgare e meschino». Definisce il Maestro pesarese un fanfarone, dal viso bizzarro, un miscuglio di furfanteria, noia, disgusto. Era sicuramente più facile attaccare il musicista per via del suo aspetto e dei suoi modi non certo raffinati e signorili ma accanirsi contro la sua musica non era facile. Hector Berlioz pensò di potersi cimentare in tale impresa ma il successo fu scarso. La sua non fu altro che una puerile aggressione verbale che si percepiva essere frutto di invidia e frustrazione. Lo accusò di cinismo melodico, proclamò il suo disprezzo per l’espressione e il puerile eterno crescendo, e più d’ogni cosa si disse esasperato dalla brutale grancassa del suo nemico. Tutto ciò lo aveva portato al progetto, per nostra fortuna mai realizzato, di un attentato dinamitardo contro il fanfarone. Non che Verdi o Wagner siano stati meno critici verso Rossini ma è comunque vero ch’egli non era meno caustico nelle sue risposte a queste critiche velenose.

Ma ciò non deve stupire se anche Bach o persino Mozart furono aggrediti dalla pesante sassaiola dell’ingiuria. Ed ecco ripresentarsi il puerile Berlioz, sempre in prima linea in cerca d’attenzione, con un attacco al Don Giovanni di Mozart. Questa volta si cimenta contro l’allegro dell’aria per soprano della parte di Donna Anna: «Mozart ha avuto la disgrazia di scrivere un deplorevole vocalizzo… (e più oltre) Trovo il termine vergognoso persino inadeguato ad esprimere il dovuto biasimo per questo passaggio. Mozart ha commesso qui uno dei più odiosi ed insensati crimini contro il buon gusto e il buon senso». Ma anche Charles Gounod vuol dire la sua in fatto di critiche al grande Wolfgang e tra le varie arie prende anche di mira quella della Regina della Notte nel Primo atto de Il flauto magico, aria che secondo Gounod si conclude con un luogo comune che la fa appassire e che non è frutto d’ispirazione. Neppure la musica sacra del salisburghese sfugge agli strali degli invidiosi. Sergej Prokof’ev la trova noiosa priva di armonie interessanti e di contenuto drammatico e in ogni caso si chiede come si possa amare un musicista come Mozart. E non poteva mancare Stravinskij che liquidò le Messe “come pasticceria rococò”. Un ultimo intervento di Berlioz su un altro capolavoro di Mozart il Requiem: Il Tuba mirum produce nel povero ascoltatore disappunto e mediocre effetto.

Il povero Beethoven, che di guai ne aveva già fin troppi, si vide spesso attaccare non soltanto per il suo carattere e i suoi modi che in effetti particolarmente amabili non erano, ma anche per la sua musica. Debussy si avventò sulla Sinfonia Pastorale con le unghie e con i denti ridicolizzando usignoli, ruscelletti, buoi e l’intera natura cantata da Beethoven quasi che il tedesco fosse uno sprovveduto musicista “new age”. E fu la volta Louis Spohr che massacrò la Nona e la Quinta Sinfonia. Nella prima ciò che risultava essere di cattivo gusto era soprattutto l’ultimo movimento dove Beethoven aveva persino massacrato lOde di Schiller, dato che al musicista mancava totalmente il senso della bellezza e di immaginazione estetica. Quanto alla Sinfonia n. 5: «L’ultimo tempo è una babele priva di senso… Un’orgia di frastuono e di volgarità».

Insomma nessuno risparmia nessuno. E’ un susseguirsi di stralci di vita musicale privata che Zaccagnini riesce ad inanellare senza mai annoiare il lettore. Fra i tanti, passano sotto la sua lente d’ingrandimento sempre giocosa Chopin, Wagner, il Gruppo dei Cinque, Mahler, Ravel, Schoenberg. Quest’ultimo, era uomo dai mille, forse troppi, talenti. Certo è passato alla storia come musicista ma, ci ricorda Zaccagnini, fu scrittore, pittore di quadri e di acquarelli, inventore di strani oggetti domestici, filologo; un vero factotum della città. Il suo più acerrimo nemico fu forse Hanns Eisler, che era stato suo allievo, ma che nonostante tutto non esitava a considerare il viennese un piccolo borghese della specie peggiore, un filisteo. Anche sulle sue opere e sul Mosè e Aronne in particolare espresse giudizi severi. Sulla vita privata del collega ebbe a scrivere: «La casa di Schoenberg … era un vero inferno. Un inferno dodecafonico anche in privato».

Facezie, facezie e ancora facezie. Ma cos’è dunque una facezia? Non è certo una minuzia. La storia del genere umano trabocca di nefandezze scaturite da mille e più facezie. In un brano tratto da Il Re e il cadavere. Storia della vittoria dell’anima sul male, di Heinrich Robert Zimmer, il pettegolezzo e le contumelie ci svelano la natura tragicomica del genere umano e questo ben si accorda con il libro di Guido Zaccagnini: Le fiabe e i miti, di solito, sono a lieto fine: l’eroe uccide il drago, libera la fanciulla, doma l’ippogrifo e conquista l’arma fatata. Ma nella vita eroi simili sono rari. Le conversazioni quotidiane del bazaar, i pettegolezzi del mercato e dei tribunali ci narrano una storia diversa: in luogo del raro miracolo del successo c’è la consueta commedia del fallimento; non c’è più Perseo che uccide Medusa e salva Andromeda dal mostro marino, ma Abu che arriva con le sue miserabili babbucce. Abu Kasem è certo il tipo più frequente nella vita di ogni giorno. La tragicommedia piuttosto che opera mitologica (Adelphi, 1998). Ed ecco dunque che i musicisti raccontati nella Storia dilettevole della musica indossano, per una volta almeno, i panni, anzi le babbucce, di Abu Kasem.

Patrizia Parnisari

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Guido Zaccagnini

Una storia dilettevole della musica. Insulti, ingiurie, contumelie e altri divertimenti.

Collana Cartabianca

Marsilio Venezia 2022

Brossura pagine incollate

123 x 204 x 31 mm

495 pp

330 gr

19,00 €

ISBN 9788829715862