RECENSIONE: Isaiah Berlin “Le radici del Romanticismo”

RECENSIONE: Isaiah Berlin “Le radici del Romanticismo”

Si può rischiare di perdere il senno addentrandosi nel meraviglioso, ma infido, labirinto del pensiero Romantico. Sembrerà di non poterne più uscire, avverte Isaiah Berlin; l’imponenza, la forza, la vastità del movimento non permettono di emergere culturalmente indenni da una delle più grandi rivoluzioni occidentali. Sì, perché di una vera e propria rivoluzione si tratta, pari, in portata e incidenza, alle tre grandi rivoluzioni occidentali: quella industriale, quella francese e quella russa. Anzi, sostiene Berlin, quella operata dal Romanticismo «è la più profonda e la più duratura tra tutte le trasformazioni intervenute nella vita dell’Occidente». Senza arrivare alle estremizzazioni di Herbert Read o Kenneth Clark, che hanno sostenuto che il Romanticismo è «uno stato mentale permanente» rintracciabile in ogni piega del pensiero antico e moderno, la posizione di Berlin rimane estremamente interessante, sempre affascinante anche in virtù della sua pacata ironia. Ne Le radici del Romanticismo, lo stile del filosofo si fa particolarmente godibile e fluido: si tratta di sei penetranti lezioni (le famose Mellon Lectures) che scevre da qualunque accademismo vanno dritte al cuore del problema, arricchendosi via via ora di esagerazioni ed estremizzazioni, ora di morbida riflessione, fino a sferrare, con lance taglienti, colpi mordaci contro il Pietismo tedesco. Ecco la pietra d’inciampo, secondo Berlin, quella nicchia del pensiero in cui lo spirito si ripiegò su se stesso, accartocciandosi. La «cittadella interiore» nella quale si erano rifugiati i pietisti tedeschi generò una reazione alla cultura francese del periodo, a quell’Illuminismo cioè invasato di razionalità, ordine, ma anche di falsità. Lo splendore francese strideva terribilmente con la condizione di rovinoso sbando in cui la Germania si cullava; «i tedeschi fallirono nella creazione di uno Stato centralizzato… ed erano governati da trecento principi e milleduecento signorotti». Difficile, dunque, trovare un’unità anche di pensiero. Il Romanticismo, allora, nasce per Berlin da una ferita, da un senso di nausea, di malcontento, da un’umiliazione subita; la metamorfosi avverrà in suolo tedesco tra il 1760 e il 1830. Ma la letteratura plasmatasi sul Pietismo fu solo il primo, rabbioso, risentito attacco contro l’Illuminismo. Sarà, in realtà, l’oscura figura di Hamann a scagliare la pietra più pesante quella che, rotolando lungo la china scoscesa della storia, giungerà fino a noi. E’ grazie a Berlin se oggi Johann Georg Hamann si riappropria del giusto ruolo che la storia del pensiero tedesco quale vero iniziatore del Romanticismo. Ammirato da Herder, ebbe grande influenza su Goethe e Kierkegaard. Scagliandosi contro i pilastri dell’Illuminismo, egli lo condannò quale assassinio perpetrato contro ciò che di vivo esiste al mondo e negli esseri umani. La cieca applicazione delle scienze alla società conduce ad una mostruosa «burocratizzazione». Le invettive di Hamann vengono lanciate contro scienziati, burocrati, «levigati reverendi luterani», deisti… Egli invoca il desiderio, il flusso ininterrotto, il dispiegarsi della creazione, l’élan vital bergsoniano: Dio non è un geometra né un matematico, ma un poeta. Il filosofo tedesco dichiara guerra all’Illuminismo in modo violento, combattendo con il capriccio e la fantasia. Certo è che le presunte unità e compattezza settecentesche celavano varchi pericolosi, mostrando crepe un po’ ovunque che prendevano il nome ora di Cagliostro ora di Mesmer, ora di sette massoniche e rosacruciane, poi di veggenti, ciarlatani, negromanti e chiromanti, movimenti occulti che fabbricavano ogni sorta di messia e profeti. Insomma la presunta ‘oggettività’ tanto cara agli illuministi cedette sotto i colpi della ‘soggettività’ romantica in virtù di molti fattori e persino filosofi antiromantici come Hume e Kant vi contribuirono, influendo almeno su quella parte di Romanticismo che Berlin definisce ‘moderato’ contrapponendolo a quello ‘senza freni’ di Schelling, Schlegel, Tieck e Hoffmann. Innumerevoli sono i volti del Romanticismo che inducono a perdersi e che hanno, di volta in volta, forgiato reazionari o progressisti e rivoluzionari a seconda che questi abbiano fatto appello ai pensieri positivi insiti nel Romanticismo o alle pericolose ossessioni ed estremizzazioni che hanno portato fin sulla soglia delle dittature novecentesche pascendosi del lato più oscuro e malato del movimento. Per Berlin questa rivoluzione ha prodotto conseguenze enormi, spesso opposte, giungendo fino a noi: «e così grazie a questa dottrina appassionata, fanatica e semifolle, arriviamo a capire la necessità di tollerare gli altri, la necessità di salvaguardare un equilibrio imperfetto nelle cose umane…». E così, per Berlin, il vero risultato del Romanticismo è il Liberalismo, qualcosa cioè ben lontano dalle intenzioni dei romantici. Una conclusione forse temeraria, estrema, ma bisogna riconoscerlo, audacemente romantica.

Patrizia Parnisari

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Isaiah Berlin

Le radici del Romanticismo

traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti

collana Saggi, nuova serie

Adelphi Edizioni

Milano 2001

brossura

ISBN 9788845916403

140 x 220 x 19 mm

259 pp

370 gr

29,00