RECENSIONE: Janet Frame “Un angelo alla mia tavola”

RECENSIONE: Janet Frame “Un angelo alla mia tavola”

Un angelo alla mia tavola; così Janet Frame (1924-2004) definisce l’ispirazione poetica, così la vede, simile ad angelo che silenzioso si posi al desco cui la scrittrice lavora. La sostengono i preziosi versi di Rainer Maria Rilke posti come frontespizio alla seconda parte della sua autobiografia:

Resta dove sei, non ti muovere

Se all’improvviso l’angelo si siede alla tua tavola

Cancella piano le poche grinze

Della tovaglia sotto il tuo pane.

Janet è anch’essa un angelo, ma un angelo caduto e sofferente, con il suo talento di scrittrice, il carattere mite e fragile, il destino doloroso e folle. L’accompagna un’enorme massa di capelli rossi e ricci come un’aureola di fuoco. Janet soffre il martirio della follia costretta da un manicomio all’altro. Ma sa risorgere con una purezza nuova, salvata proprio dal suo talento.

La scrittrice neozelandese è autrice di una poderosa autobiografia in tre parti: L’isola del presente, Un angelo alla mia tavola, La città degli specchi. Secondo Janet scrivere un’autobiografia conferisce allo sguardo, con il passar del tempo, una facoltà simile a quella dei raggi X; non soltanto si riesce a guardare indietro, come comunemente si crede, ma soprattutto al di là e attraverso.

Nell’opera e nella vita di Janet Frame l’elemento portante e devastatore è la follia; con scene tragiche e ossessive viene narrata l’intera storia manicomiale della giovane in ogni particolare e aspetto della quotidianità concentrazionaria degli svariati istituti in cui viene di volta in volta ricoverata. Una Via Crucis di più di duecento elettroshock e di diversi internamenti.

Sin dal primo ingresso in manicomio, durato sei settimane, Janet capì a cosa sarebbe andata incontro; definì quella esperienza «un corso accelerato sugli orrori della pazzia». In quel luogo nessuno possiede più nulla di personale, né identità, né qualcosa di proprio da indossare o da tenere con sé; solo un letto sul quale dormire temporaneamente ed una stanza squallida dove rimanere seduti a guardare il soffitto per ore.

Ma se la mente di Janet vacilla è soltanto perché attorno a lei la realtà è in qualche modo ostile. Il suo talento di scrittrice non soltanto non la mette al riparo dal dolore ma al contrario la danneggia. È sensibile, vulnerabile; di fronte agli altri non ha difese. Tutto intorno a lei sembra agire con prepotenza «per imprigionarla nella camicia di forza della timidezza e della scarsa autostima». La camicia di forza dunque non è per lei soltanto quella manicomiale. Ben più spessa e strettamente avvolta è quella che la sua stessa mente le tesse; unico sollievo la scrittura. Eppure, nelle case di cura per malati di mente, la sua istruzione si rivela una pericolosa aggravante. Janet viene presa di mira da alcune infermiere. Aver studiato al liceo e all’università scatena invidia, sadismo e rivalsa da parte del personale che la costringe ad andare al gabinetto con altre donne ed urinare in pubblico mentre viene insultata dalle infermiere: «Troppo schizzinosa, vero? Bene, Miss Istruita, qui imparerà una o due cosette».

Quando lascerà l’ospedale per far ritorno a casa il verdetto sarà oltremodo inaspettato: schizofrenia. Non molto tempo dopo, per un diverso e questa volta più lungo periodo di cura, l’attende il manicomio di Cliffhaven. Lì subirà una nuova sperimentazione: l’elettroshock, «il nuovo metodo alla moda per calmare la gente e farle capire che si deve obbedire agli ordini… e che le facce vanno atteggiate al sorriso e piangere è un delitto». Da quel momento per Janet ogni mattina il risveglio, per otto lunghi anni, equivale all’attesa di una condanna; l’infermiera del turno di giorno passa con la lista dei nomi dei pazienti che dovranno subire il trattamento: «aspettare di primo mattino, nelle ore gelide incappucciate di nero, era come attende la pronuncia di una condanna a morte». Bisogna essere calme, controllate e molto prudenti, perché se il nome non compare nella lista, la gioia e l’euforia non devono trasparire, poiché un’euforia eccessiva e ingiustificata autorizza una terapia d’emergenza. Se, al contrario, il nome è nella lista, bisogna dominare il panico nascente: non c’è scampo, le porte vengono chiuse a chiave e nessuno può scappare. Le urla di coloro che subiscono l’elettroshock si fondono con quelle di coloro che ancora debbono affrontarlo. Tutto questo racconta diffusamente Janet Frame, un trattamento che dovrà subire oltre duecento volte in otto anni.

Ma una prova ben più terribile l’attende: «Non ci piace vederla in queste condizioni. Esiste un’operazione che modifica la personalità e riduce la tensione, e abbiamo deciso che per lei sarebbe opportuno sottoporsi a questa operazione» la informa il medico. È l’incubo della lobotomia. Da quel momento la giovane non avrà più pace: «Oggi verranno a prendermi, mi raderanno la testa, mi addormenteranno… quando aprirò gli occhi avrò una benda sulla testa e una cicatrice su ogni tempia, oppure una curva, come un’aureola… Mi risveglierò e non avrò il controllo di me stessa… con la mente tagliata e cucita… Sapevo che non c’era scampo eppure gridai aiuto, aiuto, ma ero murata viva».

Eppure la scrittrice riuscirà ad evitare la parte più devastante di questo destino perché verrà salvata da un premio letterario che le verrà attribuito per una sua opera quando ancora internata in manicomio.

A distanza di anni tornerà ancora in ospedale come paziente volontaria in seguito ad un’ennesima depressione. I medici dopo aver analizzato la sua cartella clinica ed aver studiato il caso concluderanno che la diagnosi redatta in passato era sbagliata: la paziente non ha mai sofferto di schizofrenia. All’inizio, ricorda l’autrice, la verità le era sembrata ancor più terribile dell’errore: a chi infatti poteva chiedere aiuto se non era malata? Janet, dunque, non era mai stata “pazza”; il suo talento di scrittrice potente e liberatorio l’aveva salvata. La Frame confidò una volta alla regista Jane Campion (che alla sua autobiografia si ispirò per il bellissimo film Un angelo alla mia tavola), che lei in realtà non si era mai sentita sola, che il cielo, la natura erano delle presenze vive per lei e che si sentiva in rapporto intimo con loro. E nel suo film, ammise la Campion, volle dimostrare che nonostante tutto dunque non era stata completamente infelice. «Ho voluto sottolineare tutta la vicenda della presunta malattia mentale e delle cure psichiatriche sulle quali mi sono documentata: sia per far meglio comprendere al pubblico la storia della scrittrice, sia per sensibilizzare la gente su un problema sociale tutt’altro che risolto».

È paradossale pensare che ancor oggi nel suo Paese, in Nuova Zelanda, i libri della Frame siano spesso proposti come letture negli ospedali in cui vengono curate le malattie mentali.

Patrizia Parnisari

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Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

Collana Biblioteca

Traduzione: Lidia Conetti Zazo

Cura: Giovanna Scocchera

Neri Pozza Milano 2010

Brossura

702 pp

20,00 €

ISBN 9788854503793