RECENSIONE – Marc Augé “Il bello della bicicletta”

RECENSIONE – Marc Augé “Il bello della bicicletta”

Correva l’anno ottavo dall’inizio del millennio, e il filosofo nonché antropologo francese Marc Augé orchestrava in un adorabile librino alcune riflessioni sulla fenomenologia della bicicletta, si trattava di Éloge de la bicyclette. L’anno successivo, Bollati Boringhieri ne pubblicava la traduzione italiana intitolandola con approssimazione Il bello della bicicletta. Il lettore apprezzerà la correttezza del titolo originale, in questo breve ma denso scritto Augé elogia meriti e virtù del velocipede a pedali e della sua pratica. Nella prima parte del Novecento, la bicicletta fu il comune mezzo di trasporto. Era usata quotidianamente dalla gente che si spostava per lavorare, per raggiungere mercati, luoghi di culto. Dai nostri ricordi, riemerge la testimonianza di un anziano della provincia di Venezia, che raccontava della gita annuale al Santuario della Madonna di Monte Berico in quel di Vicenza alla quale partecipava l’intera e numerosa famiglia. Donne, bambini, uomini e ragazzi inforcavano le biciclette il mattino presto e per la sera erano di ritorno dopo una pedalata complessiva di circa 200 Km.

«Per gli adolescenti degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta – scrive Augé – l’uso della bicicletta rappresentò innanzitutto una straordinaria esperienza di libertà. La prima pedalata equivale a una nuova autonomia conquistata, a una fuga romantica, a una libertà che si tocca con mano. In pochi secondi l’orizzonte chiuso si libera, il paesaggio si muove. Sono altrove. Sono un altro, eppure sono me stesso come mai prima». Il pensiero del filosofo francese si muove tra l’immediatezza di un gesto emancipatorio, la ripetizione che consente di misurare una conoscenza del proprio corpo, ma anche la sperimentazione nella gestione mentale del tempo: «il tempo breve della giornata e il tempo lungo degli anni che si accumulano».

Il paradosso del ciclista prende forma nel corpo a corpo con lo spazio, nella prova esaltante di una solitudine inedita. Una solitudine inebriante che non impedisce al contempo la socializzazione. Una socializzazione dai tratti generalmente gradevoli, leggeri, accompagnati sempre dalla gioia di vivere. «Guardate per la strada i convertiti al ciclismo: parlano tra di loro (dell’itinerario, del paesaggio, del tempo meteorologico) – afferma Augé – oppure vanno in gruppo silenziosamente. Non usano quasi mai il telefonino».

Nel dopoguerra, il pedalare sulla bicicletta assunse una forte componente mitica, in primis dal “Tour de France” ma anche da gare minori, allestite copiosamente. Nel pensiero del ciclismo si traguardavano soglie mitiche, sovvenivano pregnanti afrori epici, alla stregua dei poemi omerici. Augé riprende un breve saggio di Roland Barthes dedicato alla Grand Boucle (in Miti d’oggi, Einaudi), e scrive: «Come nell’Iliade, i più affascinanti erano gli eroi più vulnerabili, gli eroi con il tallone d’Achille. Barthes ha mostrato come nella rappresentazione del pubblico lo stato di grazia e lo stato di disgrazia siano reciprocamente legati». È ciò che accomuna il campione e l’amatore, che informa intimamente il sentimento di ogni pedalata nonostante la demolizione progressiva del doping e degli sponsor commerciali. «Il doping di oggi è una vera e propria sostituzione di sostanza, – scrive Augé – antitetica all’idea dell’eroe è l’immagine della manipolazione che lo rende un essere completamente passivo: un oggetto». E aggiunge: «La comparsa delle squadre di sponsor hanno trasformato i ciclisti in uomini-sandwich, in semplici supporti commerciali, con l’aggiunta del doping si è sistematicamente trasformato i ciclisti in passivi strumenti di strategie commerciali».

Eppure il mito perdura, l’epopea continua ad aleggiare nelle memorie di gite, gare amatoriali, esplorazioni vacanziere. Per l’uomo, il mito è anelito primario, desiderio vitale; è la dimensione fragile «in cui l’uomo, anche maldestro, gabbato, attraverso favole impure intuisce ugualmente a suo modo un perfetto adeguamento tra sé, la comunità e l’universo», afferma Barthes.

Auspicando il ciclismo come forma di umanesimo, Augé osserva la bicicletta nel tessuto urbano, ne rivendica il ruolo principe nel contrasto alla riduzione delle città in involucri vuoti, in cornici per turisti, in musei en plen aire. Individua la bicicletta nella sua vocazione ad un senso compiuto di mobilità autenticamente umana: «Abbiamo bisogno della bicicletta, per ritrovare noi stessi, proprio mentre ritroviamo un centro nei luoghi in cui viviamo». Nel mentre si pedala, geografie inedite ci appaiono, poetiche nella continuità tra luoghi di norma frequentati separatamente. Curiosi cortocircuiti e inaspettati accadimenti popolano la nostra mente libera di immagini sorprendenti ed originali.

Antidoto all’inerzia contemporanea, la bicicletta combatte l’illusoria e coercitiva dimensione digitale: «Le tentazioni alla passività, che molti individui subiscono nella relazione con i vari mezzi di comunicazione, svaniscono non appena si mettono in sella, diventano responsabili di loro stessi e ne sono subito consapevoli». Senza dubbio, il valore della bicicletta rimane ad oggi inalterato, a disposizione di un’ecologia della mente libera. Vent’anni fa, Marc Augé ne ravvisò potenza e nobiltà.

Andrea Oddone Martin

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Marc Augé

Il bello della bicicletta

Collana Incipit

Traduzione Valentina Parlato

Bollati Boringhieri Torino 2009

Brossura fascicoli cuciti

111 x 176 x 8 mm

100 gr

70 pp

8,00 €

ISBN 9788833919928