RECENSIONE: Michele Ciliberto “Il cerchio delle umane cose”

RECENSIONE: Michele Ciliberto “Il cerchio delle umane cose”

Era il 1975, quando il filosofo e storico del pensiero Eugenio Garin ruppe con la tradizionale visione di un Umanesimo e Rinascimento solari, generosi dispensatori di serenità e armonia, promotori di un positivismo culturale ampio e accogliente, fautori indefessi di equilibrati e indolori rinnovamenti, elargitori di fama e faconda celebrità verso i loro protagonisti. Una visione condizionata da un aprioristico progressismo allora generalmente diffuso. Con un imperativo gesto di lucidità intellettuale, Garin nel suo Rinascite e rivoluzioni sottolineava la problematicità del periodo compreso di Umanesimo e Rinascimento, individuandone lo statuto effettivo, tangibile ed evidente delle sue forme di “crisi”, capovolgendo così la consuetudine storiografica.

Raccoglieva il testimone il filosofo Massimo Cacciari, proprio a partire dall’antica lettura dei saggi di Rinascite e rivoluzioni, e con il suo saggio intitolato La mente inquieta restituisce percorsi d’indagine filosofica e teoretica sulla vicenda del pensiero italiano, nella sua complessità e profondità. Ed oggi, nel saggio intitolato Il cerchio delle umane cose il filosofo Michele Ciliberto, già allievo di Eugenio Garin, riprende il discorso storiografico esponendo dettagliatamente le aporie fondanti una politica votata alla disfatta e il compresente universo culturale, che donerà all’Europa il proprio valore.

Il periodo considerato inizia dal quel 1492 in cui morì Lorenzo il magnifico, autocrate fiorentino, sagace garante di una stabilità saldamente condotta con pugno di ferro in guanto di velluto, e termina tragicamente nel 1494 dell’avventura politica di Girolamo Savonarola che tentò di sostituirsi al tiranno, nel tentativo di opporsi all’incipiente disfatta. La conseguente discesa di Carlo VIII, invitato dal lombardo Ludovico “il moro” Sforza, incautamente persuaso di un’alleanza nelle rivalità interne al territorio italiano, pone definitivamente fine alla libertà dell’Italia, segnando l’inizio di una decadenza ininterrotta. Il sacco di Roma del 1527, da parte dei Lanzichenecchi tedeschi, soldati spagnoli e da bande di italiani, segnò una successiva soglia dalla quale l’Italia non si riprese più. Da centro della civiltà, in quel periodo  l’Italia divenne periferia del mondo.

Paradossalmente, allo stesso tempo il pensiero italiano in-formava profondamente la costruzione dell’identità europea grazie al cospicuo flusso migratorio di intellettuali italiani in Francia, Inghilterra, Germania, flusso costituito da eretici come Giordano Bruno, persone non gradite allo spirito controriformistico, perseguitati come Filippo Buonaccorsi; grazie inoltre alla pubblicazione di opere italiane, spesso in lingua originale grazie a un’eccezionale diffusione della cultura italiana, favorita anche dalla conoscenza della lingua da parte dell’élite politica e intellettuale d’Europa. Vengono, ad esempio, pubblicate in Francia le opere di Guicciardini, in Inghilterra tutte le opere del Machiavelli e alcune dell’Aretino. Ed è in questo modo, afferma Ciliberto che: «l’Italia fuori dall’Italia partecipò in forma diretta e decisiva, alla formazione della moderna civiltà dell’Europa».

Le opere notevoli di due grandi sconfitti della storia come Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli accompagnano l’esposizione, scandendo le tappe di un attraversamento nel complesso ferale, scosceso e mortificante. Il periodo della reggenza medicea viene traguardato nella sua vera essenza tirannica e dispotica, Alamanno Rinuccini che nel suo «Dialogo fa anche un alto elogio della famiglia Pazzi, proprio perché aveva difeso la libertà dal tiranno che governava confondendo interesse pubblico e affari privati, rovinando l’identità repubblicana di Firenze, cancellando la sua originaria libertà». Una difesa sfortunata, come è noto, ma significativa dello stato autentico delle cose. La civiltà lascia il passo alla barbarie, la libertà alla servitù.

Con saggia e colta disposizione, l’osservazione storiografica di Ciliberto puntualizza con sicurezza una costante determinante nel destino d’Italia. Un destino «inquinato, con poche eccezioni, dalle discordie, dalle divisioni, dal settarismo. La degenerazione settaria è l’opposto della condivisione di valori comuni che, come insegna Machiavelli, è la religio senza cui una civiltà non può esistere, decade e finisce». Una lezione, un esempio che proviene dal passato per una contemporaneità che non è nemmeno più in grado di comprendere il valore di ciò che i latini chiamavano res publica, il bene della collettività.

Andrea Oddone Martin

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Michele Ciliberto

Il cerchio delle umane cose

Collana Sagittari Laterza

Gius. Laterza & Figli Bari-Roma 2026

Brossura cucita

140 x 210 x 15 mm

245 gr

166 pp

ISBN 9788858160732

18,00 €