RECENSIONE: Nadežda Mandel’štam “L’epoca e i lupi”

RECENSIONE: Nadežda Mandel’štam “L’epoca e i lupi”

«Da noi vennero nella notte fra il 13 e il 14 maggio 1934». La perquisizione durò tutta la notte e al mattino Osip Mandel’štam fu condotto via. E’ così che il poeta s’incammina sul quel sentiero che lo condurrà alla propria stagione all’inferno, verso il regno delle ombre: la prigionia, il confino e la morte.

Il travaglio di questa dolorosa stagione è raccontato da Nadežda Mandel’štam, moglie del poeta, nel lucidissimo libro di memorie L’epoca e i lupi. La notte del primo arresto nella casa vuota rimangono la poetessa Anna Achmatova e la moglie di Mandel’štam. In quel terribile silenzio l’unico suono possibile è quello di una domanda incomprensibile e intollerabile: «perché l’hanno preso?». Eppure la stessa Achmatova sapeva che la sola risposta che in quegli anni bui s’imponeva ad ogni arresto era: «E’ ora di capire che la gente viene presa senza un perché». Ma dinanzi all’arresto di Osip questo interrogativo non basta più. Da quel momento molte cose rimangono incomprensibili. Chi era il delatore dei versi di Mandel’štam su Stalin che il poeta chiamava “montanaro del Cremlino”, con i “baffetti da scarafaggio”, colui che si circondava di “una marmaglia di ducetti” e che si serviva “dei servigi di mezzi uomini”? Questi versi suscitarono tra i contemporanei impressioni e reazioni diverse. Kuzmin, ad esempio, accusava Mandel’štam di incoerenza: se egli, infatti, aveva accettato la rivoluzione ora non doveva più protestare e tenersi il suo tiranno. Neppure Erenburg condivideva i versi contro Stalin e li considerava una semplice poesiola. Il’ja Grigor’evič vedeva quelle parole troppo dirette e aperte. Lo stesso Pasternak si lamentò di questa poesia con la moglie di Mandel’štam giustificando così il proprio disappunto: «Come poteva scriverli se è un ebreo?». Il senso di questa frase rimase sempre oscuro a Nadežda. Molti, comunque, criticarono il poeta per questo vero e proprio attacco frontale al tiranno. Per versi come quelli, e per molto meno, la pena capitale era inevitabile. Come si spiega allora la clemenza di Stalin nei confronti del poeta? Come mai egli beneficiò dell’esilio in compagnia della stessa moglie? Per quale ragione poi ad un tratto sparì in un vuoto cieco e per troppo tempo non si seppe più nulla della sua morte? Ma il potere è il portatore luciferino di menzogne e occultamenti e la stessa Nadežda asseriva che per gli storici sarebbe stato impossibile ristabilire la verità poiché i travestimenti del potere non erano semplici errori o pregiudizi, ma menzogne premeditate e coscienti che portavano l’intero Paese ad essere afflitto da una vera e propria mania di persecuzione. Delazioni, tradimenti e piccole meschinità divoravano gli individui, sempre sospettosi, sempre pronti a scorgere o scoprire nell’altro un informatore segreto, una spia. Questo morbo conduceva ad una sorveglianza reciproca ininterrotta nella quale tutti si sentivano accusati di qualcosa, eterni imputati.

Mandel’štam fu uno dei primi ad essere posto sotto questa sorveglianza individuale invisibile, circondato da informatori, in quel clima di perenne sospetto che lo condurrà al lager. Il poeta non subì torture fisiche, se ci eccettuano gli interminabili interrogatori notturni, ma la tortura psicologica che gli fu inflitta lo condusse a disturbi psichici ben più gravi, ad alienazioni, follie, allucinazioni acustiche, al terrore di un’esecuzione sommaria sempre in agguato che lo spinsero a un tentativo di suicidio.

Dal momento del primo arresto Nadežda riuscì a salvare alcuni scritti di Osip conservandone la maggior parte nella memoria e continuò a farlo anche dopo la morte del marito. Questo poderoso universo memorizzante si contrapponeva fatalmente all’ “istinto burocratico” che, servendosi di menzogne e delazioni, dava vita a quello che Nadežda Mandel’štam chiamava “il demone dell’inchiostro che si nutre non di leggi, ma di decreti e inghiotte tonnellate di carta”. A nulla era servito privare Mandel’štam della possibilità di scrivere, condannandolo alla residenza coatta, poiché la Parola non si estirpa neppure con la morte di chi la detiene. “Privandomi del mare, dello spazio per la corsa e il volo, / dando alla mia orma il supporto di una terra forzata, / cosa avete ottenuto? Calcolo brillante: / non siete riusciti a estirpare le labbra che si muovono”, scriveva il poeta nel ’35 dall’esilio a Voronež.

La serrata cronata della compagna di Mandel’štam non è soltanto memoria dei loro destini personali ma di quello di un’intera generazione d’intellettuali come Bucharin, Pasternak, Belyj, Achmatova, Šklovskij, Erenburg, di tutta quell’intelligencija, che fu perseguitata, abbattuta, osteggiata da Stalin, figura che aleggia ambigua e portatrice di dannazione su tutto il libro. E’ una narrazione che, come sostiene Josif Brodskij nell’introduzione, è una sorta di “Giudizio Universale” di tutto un momento storico, di un’intera epoca febbrile nella quale s’intrecciano le più altisonanti grandezze e le più subdole e mediocri meschinità. Nadežda la definisce un’epoca spaventosa nella quale l’essere umano non è più in possesso del libero arbitrio: “L’uomo può forse realmente rispondere di se stesso? Perfino la sua condotta, perfino il suo carattere sono determinati dall’epoca, che afferra l’uomo tre due dita e ne spreme quella goccia di bene o di male che le è necessaria”. Tutta un’epoca spingeva al suicidio, all’isolamento, alla solitudine, verso un cammino fratricida.

Dall’esilio Mandel’štam scrisse che il suo viaggio non sarebbe parso inutile se questo gli avesse permesso di accettare la “pietrosità del sangue”, addentrandosi nella fermezza che consente di accogliere stoicamente l’ombra della quercia e quella della tomba. In questo universo tutto assume il “grave e taciturno aspetto” della ginestra leopardiana; l’anima del poeta era ormai desiderosa soltanto di farsi pietra. Secondo il racconto di un testimone del lager, Mandel’štam, trasportando e scaricando pietre ai lavori forzati, avrebbe detto: “Il mio primo libro s’intitolava La pietra, e anche l’ultimo sarà una pietra”.

Osip accetta, nonostante tutto, di misurarsi con l’ultimo incontro: un convito finale con la Storia, anche se le dita del potere sono dure, “grosse come vermi”, e la parole della tirannide “esatte come fili a piombo”. La Storia è, come l’Uomo Nero di Esenin, “un ospite pessimo” che imprigiona il canto di Mandel’štam per sempre. “Moriremo come fantaccini ma non celebreremo ..la menzogna”. Il vagare della sua parola fu inchiodato alle pareti del muro staliniano, inducendoci a dimenticare che “la terra ci è costata sette cieli”.

Patrizia Parnisari

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Nadežda Mandel’štam

L’epoca e i lupi

Serra e Riva Editori, 1990

511 pp

Fondazione Liberal, 2006

Brossura

513 pp

20,00 €

ISBN 9788888835228