RECENSIONE: Robert Schneider “Le voci del mondo”

RECENSIONE: Robert Schneider “Le voci del mondo”

Chissà se Robert Schneider è imparentato con il più noto etnomusicologo Marius Schneider, autore di importanti testi sulla natura dei linguaggi musicali nelle società primitive. Quel che è certa è la stretta affinità d’interesse per la potente essenza della musica. Lo prova con evidenza il titolo d’esordio della produzione letteraria di Robert: Le voci del mondo. Si tratta di una storia semplice, riassumibile per scarni punti essenziali. Nello stesso tempo, possiede le proprietà narrative di una parabola, ricca di riferimenti religiosi, umani, antropologici, morali; nella sua componente visionaria, denuncia le ipocrisie umane e illumina profonde verità.

La storia si svolge a Eschberg, una piccola frazione periferica della parte austriaca occidentale, il Vorarlberg prospiciente la valle dell’ante-Reno, collocata nel comune di Götzberg. Il protagonista, Johannes Elias Alder, è segnato dal genio di un talento musicale assoluto. Un genio manifesto, nell’incomprensione generale, quando riuscirà ad esercitarsi all’organo della piccola chiesa. L’autore risiede in una frazione analoga, Meschach nel comune di Götzis. Anch’esso possiede una formazione musicale ed è organista. Analogie che farebbero supporre dei risvolti strettamente autobiografici, tuttavia le riteniamo strettamente funzionali ad evidenziare un aspetto diverso, determinante nella costruzione letteraria.

Nello scritto di Schneider, Eschberg diventa microcosmo analogo al macrocosmo universale. L’umanità che lo abita è l’umanità del mondo, ricondotta alla dimensione primaria, legata alla Natura e ai suoi cicli, a esigenze esistenziali primarie, materiali quanto spirituali. Alle crudeli leggi fondative delle comunità, le violente azioni omicide del “capro espiatorio”, la marginalizzazione del diverso, la vergogna, l’atroce invidia e la debolezza della paura corrispondenti all’aggressività, alla durezza del pregiudizio, alla fenomenologia del “branco feroce” a nascondere l’incapacità, l’ingestibilità emozionale, l’impotenza. Una novella densa, nella quale non mancano né il male assoluto né la questione omosessuale.

Questa marginalità geografica coincide con un immaginario e lussureggiante caos primordiale, del quale il genio di Elias può percepirne profondamente la magnifica vitalità. Se il genio di Elias fosse esistito in un luogo civile contrapposto alla Natura, avrebbe potuto percepire così profondamente l’urlo dirompente della Natura naturans quanto naturata? Oppure sarebbe stato immediatamente riportato a pratiche di mediazione culturalmente controllate, sopito, reso rassicurante ed innocuo?

Del resto, dal momento in cui il genio di Elias si manifesta pubblicamente all’organo semplice di Eschberg, la comunità primitiva viene colta da uno stupore unico ed intenso, ma respinge la potente rivelazione nei gorghi diabolici dell’invidia: «non passò molto tempo che si udirono le prime voci discordi, le prime riserve sull’arte sopraffina dell’organista. Suonava troppo a lungo e, quel che più conta, troppo forte, e poi la sua musica era inutilmente complicata, si malignava nella locanda Al cacciatore. E il mugugno raggiunse il culmine quando, la domenica dei Morti, Elias smise bruscamente di suonare per comunicare così l’idea della morte improvvisa. I contadini si sentirono correre un brivido per la schiena perché il senso della trovata era chiaro. Ma a Eschberg non si usava spaventare a quel modo la gente devota, brontolò qualcuno. Sic erat in principius in nunc et semper!».

La medesima fenomenologia si sviluppa quando Elias ha l’occasione di esprimere, per la prima e unica volta, il suo genio sull’organo maestoso del Duomo di Götzberg, alla presenza di un’autorevole commissione di grandi professori, dell’organista del Duomo, di un folto pubblico cittadino. Lo stupore è totale, dopo un silenzio spettrale il pubblico s’infiamma in ovazioni e trionfi, ma «Quando Elias ebbe presentato il tema della fuga con l’intera serie di principali, il terzo dei quattro professori, pallido come un cencio, saltò su gridando: «È impossibile!! Non è possibile!! – E poiché continuava a strillare fu necessario farlo sedere con la forza»; Goller, l’organista del Duomo con falsità interessata: «ce la mise tutta a convincere i signori professori che quell’Alder aveva improvvisato troppo a lungo, che il suo pezzo non era l’elaborazione di un corale e nemmeno un preludio, e tantomeno, per Santa Cecilia, una fuga alla maniera antica, e che insomma l’organista aveva messo insieme una debordante sinfonia senza alcun rispetto per le forme canoniche». «Goller riuscì a influenzare i professori della scuola e a convincerli che un organista incapace di leggere le note non sarebbe mai stato idoneo alla prassi della musica liturgica. Oltre a ciò la cosa avrebbe avuto un costo economico eccessivo. Bisognava procurare al contadino un alloggio adeguato e, orgogliosi come sono i contadini, avrebbe finito per chiedere un compenso due se non tre volte superiore all’ordinario».

Questa novella alpina, dal sapore antico e tragico, è un onesto ritratto della qualità umana e, al contempo, conferma della proverbiale incomprensibilità del genio. Solo un altro genio, infatti, può comprendere il genio. E l’umanità non può essere se non dannata: il villaggio di Escher sparirà, inghiottito dalle fiamme del Destino.

Andrea Oddone Martin

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Robert Schneider

Le voci del mondo

Collana I coralli

Traduzione Flavio Cuniberto

Einaudi Torino 1994

Brossura fascicoli cuciti

135 x 213 x 16 mm

290 gr

186 pp

ISBN 9788806133665