RECENSIONE: Sergio Anselmi “Perfido Ottocento”
Ottocento romantico e sognante, tutti pizzi e trine, balli e sospiri, ma anche malvagio, sanguinoso, scellerato. Secolo di atroci miserie e nefandezze descritte e raccolte da Sergio Anselmi in un volumetto, Perfido Ottocento, che narra sedici piccole cronache serrate, impietose, per dire un periodo della nostra storia tra i più controversi. Erano anni incerti «di confuse speranze e di paure favorite da alcune temerarie decisioni del nuovo papa Pio IX, da spinte rivoluzionarie, ritirate improvvise, imprese rischiosissime come le insurrezioni di Milano, Palermo, Parigi, Vienna, Venezia,… di sette segrete, di statuti… che ponevano il mondo in subbuglio». E, come sempre, dal generale travaglio molti traevano profitti e vantaggi non temendo né legge né Dio. Anche i conventi infatti erano spesso luoghi d’imposture, invidie e delazioni; lo sapeva la povera Zita che, abbandonata alla nascita sul sagrato del convento delle monache di Maria Liberatrice, all’età di vent’anni ne fu cacciata per “difetto di onesto costume” e si diede al meretricio finendo in prigione. O la misera Donna Zoraide che nel cenobio delle Miserelle sarebbe morta di crepacuore proprio a causa della sua non creduta bontà. Le vicende narrate da Anselmi non hanno lieto fine e sono quasi sempre storie di infinita povertà.
Nell’indigenza cronica, i più erano dediti a zuffe, liti, vizi e rapine. Se qualcuno si avventurava ad andare in città per vendere polli, piccioni o conigli veniva, nel migliore dei casi, derubato. Chi, invece, in cerca di un poco di fortuna si arruolava su qualche nave finiva i propri giorni tra soprusi e umiliazioni come nel racconto Marinaresca. Chi, al contrario, decideva di restare doveva fare i conti con lo strapotere di sempre nuovi padroni stranieri e invasori da combattere e cacciare. E se non c’erano guerre, ecco pronta qualche epidemia: tifo o pidocchi, colera o vaiolo, favorite dalla necessità della gente di vivere insieme agli animali, ammucchiati in piccole stanze sudice tra inverni gelidi e torride estati, senza ospedali, né lazzaretti e, spesso, senza neppure cimiteri.
In una delle sedici cronache, Macchinismi, sono gli anni Novanta ad essere sotto accusa; un decennio poverissimo in cui l’Italia visse «la più nera miseria nel generale riassetto dello Stato incapace di nutrire tutti i suoi figli e pertanto, per tenerli buoni, non trovava di meglio che bastonarli, confinarli, spedirli in America». Insomma, l’Italia che Anselmi narra in queste pagine è fatta di atrocità: neonati indesiderati costretti a morire in mastelli d’acqua gelata e neve; uomini semplici e ignoranti come il povero Zanni Pegola che, accusato ingiustamente di cospirazione, venne fucilato da un piccolo plotone svizzero e decapitato senza aver commesso alcun reato. Non furono soltanto i miseri e gli oppressi ad essere schiacciati dalla malvagità del secolo; neppure i nobili vennero risparmiati. Nei salotti in cui ardeva la febbre nazionale e si esibivano vortici di coccarde tricolori, si tramavano malefatte e omicidi. Mafalda Bon Caligiù, celeberrima primadonna reduce da trionfali successi all’estero, scomparve misteriosamente; fu ritrovata giorni dopo in un fosso: «grumo di carne sanguinolenta e ancora palpitante», amputata di dita, orecchie e altre parti che «la decenza sconsiglia nominare». Il supplizio consumato in un capanno dei carbonai era opera del conte Claude-Marie de Beaufort, un castrato risentito e impotente che, troppo avanti negli anni, con poteva più cantare come voce bianca e ingrassato oltre misura, non poteva interpretare parti né di prima né di seconda donna. «Il malefico gorgheggiatore diventato mostro contronatura» volle pareggiare i conti con il destino; invidia e malvagità furono dalla sua. Persino una creatura docile e indifesa come la maga Eupilina della cronaca Sortilegio si ritrovò ad essere sospettata di fatture e malefici e sottoposta a torture e interrogatori per farle «vomitare i diavoli che aveva in corpo»; venne condotta a forza al frenocomio e lasciata morire con i pellagrosi.
Eppure, fra tanta miseria umana, Anselmi non si lascia mai prendere la mano da pietà o moralismi; semplicemente narra piccole verità nascoste in un linguaggio scabro e raffinato con termini a volte desueti raccolti in un utilissimo glossario finale. Un piccolo libro prezioso che distoglie dai sognanti miti ottocenteschi e ci propone una cronaca minore fin troppo simile a quella attuale.
Patrizia Parnisari
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Sergio Anselmi
Perfido Ottocento.
Sedici piccole cronache
Il Mulino 2002
Collana Intersezioni
10,00 €
pp. 144

