RECENSIONE: Temple Grandin “Pensare senza parole”
Percorrere le pagine di Pensare senza parole corrisponde ad un viaggio oltreoceano, ad un confronto con la tipicità dell’espressione culturale americana. Infatti, è con linguaggio schematico e diretto, pragmatico e franco, sostenuto da risultati scientifici, da ragionamenti lineari e primari, che la celebre Temple Grandin promuove la consapevolezza della pensiero-diversità. Temple considera la diversa propensione delle persone a pensare secondo narrazioni letterarie oppure secondo immaginazioni visuali; inoltre afferma la successiva divisione del pensiero visuale in due partizioni: il pensiero visivo-oggettuale e il pensiero visivo-spaziale. Accreditandosi come appartenente al gruppo di pensatori visuo-oggettuali, Temple accusa la società occidentale di discriminare le persone con questo tipo di predisposizione, favorendo invece coloro che appartengono al gruppo che pensa letterariamente, con le parole.
La base autobiografica innerva tutto il libro e non è secondaria; gran parte del contenuto racconta l’esperienza diretta dell’autrice, le sue difficoltà e soprattutto l’impossibilità di un armonioso inserimento nella formazione scolastica per le persone che tendono ad avere una predisposizione di pensiero visivo-oggettuale. Pur discriminati ed insufficienti a scuola, nella vita riscuotono spesso notevole successo come inventori, artigiani ed imprenditori. Il risultato di questa prevalenza d’orientamento, in concomitanza alla delocalizzazione delle manifatture in virtù di convenienze economiche brevi e dirette, ha impoverito in maniera drammatica, secondo Grandin, la capacità operativa americana. L’America contemporanea soffre di mancanza di manodopera qualificata, di persone che costruiscano materialmente le infrastrutture di cui l’intero ambiente sociale ed economico abbisogna. «Abbiamo escluso i pensatori visivi – afferma Temple Grandin – Se non sappiamo incoraggiare né sviluppare i talenti e le abilità di chi pensa in modo diverso, non sappiamo nemmeno integrare modalità di apprendimento che portano benefici e arricchimento alla società».
Il mondo si può suddividere, secondo l’autrice, «grosso modo in due tipi di pensatori: chi pensa per immagini e pattern visivi, e chi per parole». La distinzione si basa sui seguenti assunti: «il pensiero che poggia sulle parole è sequenziale e lineare. Chi ha un pensiero principalmente verbale tende a comprendere le cose secondo un ordine. Per questa ragione è bravo a scuola, dove l’apprendimento è perlopiù sequenziale». Il pensatore visivo, invece «vede immagini nell’occhio della mente, che gli consente di effettuare associazioni fulminee. Di solito ama le mappe, le opere d’arte e i labirinti, e spesso non ha bisogno di chiedere indicazioni». L’atteggiamento tipicamente americano dell’indagine di Grandin trae le sue conclusioni soprattutto da risultati di esperimenti biologici, scientifici e comportamentali sui processi cerebrali, condotti con le moderne indagini tecnologiche. Nel libro ne sono citati alquanti. Una partizione così rigorosa, suffragata da un ampio ventaglio di citazioni, conduce Grandin ad affermare che la straordinaria attitudine al linguaggio dell’umanità è un’idea «che domina la storia della conoscenza umana: tramite un qualche tipo di processo alchemico si presume che il linguaggio trasformi il pensiero in coscienza mentre il pensiero visivo viene smarrito, chissà dove, per strada».
Probabilmente, il “processo alchemico” cui si riferisce ironicamente Grandin iniziò nel mondo della Grecia antica, in cui ci si accorse che in un’immagine non tutto è colto dalla percezione dei sensi. Le immagini e le rappresentazioni in genere sono condannate duramente da Platone il quale, considerando l’imperfezione, la parzialità e comunque la soggettività delle rappresentazioni, le riteneva inadatte alla verità e alla conoscenza, ma adatte invece all’illusione e alla finzione. Trattando del limite, Kant identificava, con la rappresentazione metaforica della rete opaca dalle maglie riflettenti che circonda l’osservatore, il “contenitore della rappresentazione” nel quale ogni soggetto traguarderà il perimetro riflettente nel riflesso di sé stesso. Il soggetto conoscente si confronta con l’immagine speculativa e speculare al contempo.
Mino Gabriele precisa che le immagini, pur fragili e contingenti, celano il segreto della straordinaria efficacia nel condurre oltre sé stesse. Esse, grazie alla loro contingenza, producono altro nutrimento. L’immagine di una rosa può essere considerata certamente in senso letterale, ma altresì come dono d’amore, come rimando esoterico, come rappresentazione di appartenenza (la rosa Tudor inglese), può evocare sensazioni di profumo, i Campi Elisi o altre dimensioni spirituali, scientifiche, matematiche. Le immagini appartengono all’enigma insito nella volubilità interpretativa: sono tante Atalanta fugiens, sfuggendo porgono nutrimento continuo. Le ricerche di Umberto Eco pubblicate in Kant e l’ornitorinco (La nave di Teseo) sostengono l’attivazione di una duplice modalità nell’approssimarsi ad un’immagine: una immediatamente analogica, l’altra racchiude una interpretazione culturale. Il pregiudizio dell’universalità delle immagini viene confutato serenamente dalla storiella del giapponese che va a Roma, entra in un negozio di oggetti religiosi e, indicando il crocifisso, chiede: «quanto costa quell’acrobata?». Dietro ogni cosa e immagine di essa c’è sempre un discorso.
Ma Grandin, con grande energia e pragmatismo tutto americano, conforta la sua argomentazione con una mole importante di dati ed eventi concernenti il comportamento animale, il comportamento umano nell’infanzia, i disastri aerei e dell’ingegneria civile, l’imprevidenza nella gestione delle imprese spaziali, la ricerca neurobiologica; inoltre ammonisce la tendenza a non visualizzare i rischi nella prevenzione degli incidenti e propone una sterminata bibliografia (da p. 317 a p. 380 dell’edizione italiana).
Potente il tratto d’accusa verso l’ordinamento formativo americano che ha escluso gli apprendistati dai programmi, generando una discriminazione verso il lavoro manuale anche se specializzato. Nel quadro culturale dell’ascesa sociale americana viene considerato meno prestigioso o stimabile di carriere che richiedono titoli accademici, e ciò ha condotto alla svalutazione degli apprendistati. Un monito cui dovremmo porre attenzione anche in Italia, Paese nel quale la cultura del lavoro artigianale viene promossa idealmente ma contemporaneamente le vengono sottratti sempre più ampi margini di sostenibilità economica ed operativa.
Andrea Oddone Martin
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Temple Grandin
Pensare senza parole
Collana La collana dei casi
Traduzione Silvio Ferraresi
Adelphi Milano 2025
Brossura fascicoli cuciti
140 x 220 x 25 mm
530 gr
400 pp
ISBN 9788845940330
28,00 €

