Recensione: Terra d’origine, Dmitri Bakin
Prosa rarissima e stupefacente, opera di un misterioso autore: Dmitri Bakin. Ben poco è dato sapere su chi realmente si celi dietro questo nom de plume. Un giovane magro, sulla trentina, un conservatore, un uomo del Sud che ama lavorare come camionista difendendo con tenacia la propria vita e identità. “In lui dominava il desiderio di restare in disparte, immobile lontano dal torbido scorrere degli anni… ingannando l’ombra della legge che cade sulla testa di ognuno al momento della nascita”, scrive Byron Lindsey nella postfazione al volume di racconti Terra d’origine, di Bakin. Pagine di narrazione poetica e lirica, ricca di metafore magistrali che rimandano alla bellezza stilistica della prosa di Bruno Schulz. Ma pur nell’opulenza semantica, la lingua di Bakin riesce ad essere imprevedibilmente dura e scarna. Al centro di ognuno dei sette racconti c’è un’ossessione narrata con una prosa feroce. Esistenze asserragliate dietro barricate, reti mimetiche, fossati anticarro, per scongiurare assedi reali o immaginari come in Difesa armata. Luoghi spesso claustrofobici e desolanti che mostrano soltanto rovina o abbandono. Odi e amori devastanti poiché frutto di vite tutte d’un pezzo che si nutrono solo dell’eccesso, che non conoscono sfumature; per questo l’odio è “freddo, nitido, interdetto”. Assurde forze della natura, pregna di odori che nascondono un senso segreto, si scatenano feroci e improvvise trascinando con sé uomini dall’aspetto infelice, trascurato, offeso fino alle lacrime. Esseri crudeli o raramente miti, ma di quella mitezza che conosce la rovina, d’una “docilità cadaverica, ecclesiastica”. Molteplici le mutilazioni fisiche o mentali di questi poveri esseri reduci da profondi sottosuoli dostoevskiani e che difficilmente conoscono la risalita verso la luce. Degenerazioni e sconfitte sono ereditarie, senza scampo, scolpite nell’albero genealogico. Per questo il protagonista del racconto Terra d’origine, porta sempre con sé un foglio da disegno con impressi tutti i cognomi della propria famiglia, progressivamente degradata, per cercare il perché della disfatta. Storie di assurde e ingiustificate tirannidi cui neppure la morte sembra metter fine, come nel racconto L’agrimensore. Tiranni verso gli altri o verso se stessi; come chi “aveva consumato mostruose riserve di forza e di rabbia nella lotta contro se stesso, ed era stato ingloriosamente sconfitto dall’ulcera e dal cancro”. Il periodo storico nel quale queste storie vengono narrate si snoda dal secondo dopoguerra fino agli anni Ottanta, ma qui, tra queste righe, tempo e storia non contano, non possiedono reale consistenza. Ciò che accade o che più spesso non accade è paradigma e misura d’altro, del complesso mistero d’ogni esistenza e dell’anelito incessante a una qualunque, anche la più triviale, assurda o inaspettata, forma di libertà. L’autore scruta con i sensi tesi e pronti a scattare su ogni minimo scarto dell’animo umano, scavando tra follie e passioni. I sensi e gli occhi sono tutto e Bakin a lungo si sofferma sugli sguardi, sugli occhi dei suoi desolati personaggi, spesso sulla loro cecità. Questo volumetto è dunque un piccolo capolavoro misterioso e ammaliante, simile alla vita del suo autore celato nell’enigma intrigante di cui si circonda. Verrebbe da chiedersi se non sia anch’egli frutto d’un racconto teso tra Gogol’ e Belyj. Al tempo dell’uscita del libro Dimitri Bakin era ancora il vita. E’ scomparso il 7 aprile 2015, a Mosca.
Patrizia Parnisari

