RECENSIONE: V.S. Naipaul “Leggere e scrivere, una testimonianza”

RECENSIONE: V.S. Naipaul “Leggere e scrivere, una testimonianza”

Cos’è il talento? Si tratta di una questione irrinunciabile e senza soluzione. Poiché il talento è ciò che fa la differenza e, come l’amore (non il desiderio, la libido del potere, del possesso, etc.), se non se ne è mai stati toccati non lo si comprende se non per generalità superficiali e, in fondo, insignificanti. Chi ne è in possesso, lo ignora considerandolo scontato e avverte anzitutto il lavoro faticoso che esige. “Genio incompreso” è una definizione comune ma tautologica. Infatti, la comprensione dell’opera di un genio, condizione apicale del talento, è nelle possibilità esclusive di un pari grado. Considerata la frequenza con cui appare il genio tra le persone, dobbiamo concludere che l’incomprensione è praticamente obbligata.

Certo, l’opera del genio normalmente stupisce, meraviglia, si fa apprezzare con trasporto, provoca sforzi d’indagine, d’investigazione, compunte ricerche accademiche, superflue capriole didattiche, estasi romanzesche. Talvolta, accadono eccessi nella devozione o nella denigrazione, nello slancio positivo quanto negativo, quest’ultimo mosso dal quarto dei vizi capitali, l’invidia. Si innescano ossessioni, fissazioni unilaterali, passioni totalizzanti, emulazioni grottesche, sindromi più o meno stendhaliane. La comprensione del talento e del genio rimangono ad un altro livello, accessibile solamente a coloro che accidentalmente sono in possesso delle qualità necessarie.

Chiamato a presentare la propria testimonianza letteraria in Leggere e scrivere, V.S. Naipaul non rinuncia ad affrontare l’argomento. Anzi la questione del talento diventa traccia implicita dell’intero volumetto (che comprende anche il discorso che Naipaul proferì al conferimento del Premio Nobel nel 2001). Lo scrittore di origine indiana, nato nell’isola di Trinidad e naturalizzato inglese, ripercorre nei tratti più rilevanti l’intera propria vita, cercando di individuare la ragione del suo impegno letterario. L’approccio di Naipaul alla questione viene caratterizzata da una onestà intellettuale perseguita con determinazione. Egli ammette con serenità la propria assoluta assenza di predisposizione alla letteratura nell’età dell’infanzia, ma altresì confessa una dipendenza totale dall’immagine e dall’esempio che risultò pedagogico del padre, giornalista e scrittore. Il desiderio di corrispondere all’immagine dello scrittore si imporrà costantemente nella vita di Naipaul, con un’energia cui non poté derogare. «Essere uno scrittore per me significava essere uno scrittore di romanzi e racconti. Era un’ambizione nata così, grazie alla mia antologia e all’esempio di mio padre, e tale era rimasta» scrive Naipaul. L’antologia a cui si riferisce consiste in una lista di titoli eterogenei stilata in tenera età, a cui si riferì tentando di orientarsi.

Nel discorso per il Premio Nobel, Naipaul afferma: «Non fosse per i racconti scritti da mio padre, non avrei saputo quasi niente della vita di ogni giorno della nostra comunità. Quei racconti mi hanno dato qualcosa di più del semplice sapere. Mi hanno dato una specie di solidità. Mi hanno dato qualcosa a cui appoggiarmi nel mondo. Non riesco a pensare che genere di immagine mentale mi sari fatto senza di essi». La denuncia di una condizione di isolamento e di non appartenenza, tra una consuetudine domestica indù, ancestrale e completamente separata dalla socialità esterna, e una dimensione estranea al mondo che li ospitava, coincidente principalmente con la scuola. La funzione della letteratura paterna era salvifica e strutturante, in questa esperienza particolarmente empirica di disadattamento Naipaul scoprì la natura essenziale della cultura. Natura che si ripropose nell’allestimento di una recita nella comunità rurale, che riprendeva il Ramayana. «Il Ramayana era l’essenza stessa della cultura indù. Dei due poemi epici era il più abbordabile e viveva tra noi nel modo in cui vive l’epica. Aveva un tessuto narrativo solido, saldo e ricco e, nonostante la componente divina, il tema era profondamente umano. Si poteva sempre discutere sui personaggi e sulle loro motivazioni, e il poema rappresentava per noi una sorta di educazione morale. […] Non ci fu bisogno di insegnarmela: la leggenda dell’ingiusto esilio di Rama nella foresta minacciosa la conoscevo da sempre. Era annidata sotto gli scritti che avrei letto più tardi in città, sotto i libri di Andersen ed Esopo che avrei letto per conto mio e sotto le cose che mi avrebbe letto mio padre». L’intera sua esistenza letteraria fu improntata alla ricerca di questo fondo essenziale, in cui riconoscere la propria autenticità. Gli studi letterari oxoniensi fornirono a Naipaul la lezione della maggior letteratura europea, nei quali rispecchiare la propria intuizione. In questo libro vengono riportate alcuni spunti di autori quali Joseph Conrad, Lev Tolstoj, Charles Dickens.

Rileviamo alcune decise assonanze tra le riflessioni di Naipaul e il riporto della testimonianza di Roberto Calasso sulla figura letteraria emblematica di Roberto Bazlen. Dice Naipaul: «Ben presto mi divenne familiare una voce mentale. Riuscivo a distinguere quando era giusta e quando invece usciva dai binari». Ricorda Calasso, nel breve memoires dedicato a Bobi Bazlen: «Bazlen preferiva parlare di ciò che si riconosce già dal suono. Era quello il punto decisivo. Bazlen diceva spesso: «Non suona bene» e si capiva che non c’era appello. Le “inquietudini” che a Bazlen venivano subdolamente rimproverate si riferivano di solito alla capacità di riconoscere quel suono, che in lui era totale».

Oppure nella decisa preferenza per i capostipiti: «La letteratura è la somma delle sue scoperte» afferma Naipaul «Un prodotto derivato può colpire, essere intelligente. Può essere piacevole e fare la sua stagione, breve o lunga che sia. Ma chi legge vorrà sempre ritornare ai capostipiti. Sono loro i primi; quando cominciarono non sapendo di esserlo, ma poi (come Machiavelli nei Discorsi e Montaigne nei Saggi) lo sanno eccome e sono colmi di eccitazione per la scoperta. Quell’eccitazione arriva fino a noi e nella scrittura scorre un’energia senza pari». Racconta Calasso: «Per Bazlen, essenziali erano quelli che chiamava libri unici e potevano avere forma di romanzo o memorie o saggi o, in breve, di qualsiasi altro genere. Ma comunque dovevano nascere da un’esperienza diretta dell’autore, vissuta e trasformata in qualcosa che spiccasse, solitario e autosufficiente. Ciascuno di questi libri era un caso a sé». E ancora: «Primavoltità era una parola che Bazlen aveva inventato e usava. Significava il legame fra qualcosa che era successo e chi gli dava un nome. Se questo avveniva subito, il suo carattere abrupto e irripetibile gli conferiva una qualità ulteriore, una forza d’urto che poi si sarebbe dissipata».

Il libro si conclude su alcune puntuali e penetranti riflessioni di Marcel Proust, contenute nel celebre Contro Sainte-Beuve, sulla natura del talento. Che V.S. Naipaul, ovviamente, non colse.

Andrea Oddone Martin

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Vidiadhar Surajprasad Naipaul

Leggere e scrivere

Collana Piccola Biblioteca Adelphi

Traduzione Franca Cavagnoli

Adelphi Milano 2002

Brossura fascicoli cuciti

105 x 172 x 10 mm

120 gr

112 pp

8,00 €

ISBN 9788845976922