RECENSIONE: Vasilij Rozanov “Da motivi orientali”

RECENSIONE: Vasilij Rozanov “Da motivi orientali”

«Radice universale è l’Egitto. E’ stato l’Egitto a dare all’umanità la prima Religione naturale della Paternità, la Religione del Padre e della Madre dell’Universo, […] a insegnare agli uomini la preghiera, a suggerire a tutti il mistero di una liturgia, il mistero del salmo». Con queste parole Vasilij Rozanov introduce il tema dominante dell’opera Da motivi orientali, redatta a San Pietroburgo nel 1916 in un clima culturale che animava i primi anni del secolo e in cui l’intelligencija russa scorgeva, nell’interesse per l’antichità e il paganesimo, l’esigenza di una nuova coscienza religiosa. La necessità di un connubio tra paganesimo e cristianesimo spinse Rozanov a rintracciare nell’Egitto la radice di una perfetta armonia tra spiritualità e carnalità dell’esistenza.

Come nota puntualmente Jacques Michaut nel saggio introduttivo, anche se lo scrittore russo darà un’interpretazione singolare della religione egizia e pagana, si avverte nelle sue pagine tutta l’atmosfera della tormentata e contraddittoria rinascita della nuova spiritualità russa in cerca quasi di una nuova Gerusalemme, pagana e cristiana insieme. Scriveva, infatti, Berdjaev: «Siamo affascinati non soltanto dal Golgota, ma anche dall’Olimpo; non ci chiamano soltanto il Dio sofferente, morto sulla croce, ma anche il dio Pan, il dio della terra, il dio della vita, e l’antica dea Afrodite, la dea della bellezza plastica e dell’amore terrestre». Al cristianesimo concepito come religione della morte, dell’oscurità e dell’infelicità, Rozanov contrappone il mistero salvifico della religione della vita, della procreazione, della fertilità solare: l’antica religio egizia, che è «qualcosa di assai più alto delle piramidi, più saldo ed esterno», qualcosa come le stelle che, secondo Rozanov, sono impronta e immagine di Dio, veste «poliocchiuta» della divinità, e in Egitto, prodigio del mondo, le stelle sono ovunque. Il deserto custodisce questi «occhi saggi» e il filosofo crede con Lermontov: «Il deserto è in ascolto di Dio, e la stella parla alla stella». Tutto l’Oriente si è sviluppato seminalmente e in questo consisteva il miracolo segreto e la profondità dell’incanto della civiltà egizia, «nella crescita spontanea della pianta dal suo seme».

Tutto canta la naturalità degli eventi; i loro disegni, la loro arte sprigionano una musicalità fisiologica; tutto è chiaro e tangibile, tutto è «primordiale», tutto «ribolle nella propria linfa». Essi non presero a fondamento del credo concetti astratti (dio, spirito, eroi e re) ma i padri, le madri, la terra, il sole, tutto quanto vi sia di più saldo, fisiologico e caldo. Tutto il respiro dell’Oriente è pregno di maternità e paternità e la prima preghiera sulla terra fu quella di una madre che, gemente, alzò le braccia verso il cielo e invocò il sole per il suo bambino malato. La preghiera e la fede guarirono il bimbo e per questo la religione è anteriore al sacerdote e appartiene al seme vitale. Rozanov condanna il tentativo di soffocare la naturalità e fisiologicità degli eventi e si scaglia contro «gli europei castratori, selvaggi in fatto di religione». Condanna la civiltà greca, l’arte della bellezza afroditica. La freddezza dei loro ritratti, delle loro statue, è qualcosa di artificioso; «la menzogna della vita» si è insediata nella bellezza di Afrodite, che è divenuta priva di contenuto, priva di fertilità. E’ un’arte che non indulge al pensiero e alla sostanza, un’arte che non commuove, che non riscalda e che dimostra la profonda limitatezza spirituale della civiltà greca, come se tutte le donne fossero d’un tratto senza più lingua, senza voce; un esercito di Afroditi “afone” si dispiega in quest’arte senza passione, un’arte magistralmente scolpita ma non viva. Il pensatore russo definisce l’arte greca un’arte dello «sguardo», che emana tutta l’«uggia» terrena di un marmo eternamente bianco, gelido, che può soltanto tediare ed egli annaspa tra tanto gelo: «Moriamo! Soffochiamo! Tutte la Afroditi si assomigliano l’una all’altra… Aria! Aria!.. Un po’ di fisiologia. Altrimenti tutto è arido». E basta osservare uno soltanto di questi piccoli disegni egizi per sentire come una preghiera ininterrotta, «un interminabile brontolio di voci sotterranee; sentiamo parlare il popolo e i popoli, i loro lamenti, rumori, malinconie, afflizioni e vita quotidiana». La donna egizia non è bella come quella greca, ma questa è la cosa meno significativa, «la bellezza verrà dopo e di per sé»; si ha bisogno di una bellezza che sia capace di trasformare la vita, che sia in grado di santificare la quotidianità, l’affanno e l’amore, che è radice di tutto.

In Egitto l’essenza dell’amore è sacra, è «schiavitù amorosa – il marito stringe la moglie con lacci che l’avviluppano, la legano interamente, tanto che è lei stessa a non volere liberarsene». Rozanov sente questo sentimento espandersi a tutto il creato e cita le parole di Platone nel Convito: «Oh, se si potesse immaginare una città, in cui tutti i cittadini sono in qualche modo legati da un sentimento carnale: una città del genere sarebbe invincibile, poiché ognuno in essa sarebbe pronto a morire per l’altro». L’unione carnale non è soltanto l’unione individuale di due persone che si amano, ma è lo svelamento «in immagine e somiglianza», una paternità e una maternità primordiali. Il libro che, secondo il pensatore russo, può spiegare il senso della paternità e della maternità universali è la Bibbia. Egli si sofferma a lungo su questo tema scorgendo in ogni pagina del testo sacro una coloritura, una melodia della paternità pretereterna. Tutto in questo scritto del filosofo russo stilla sensualità, carne e santità, perché non possiamo non venerare ad ogni passo quanto di più sorprendente vive nel «bosco incantato». Il senso della misteriosa fecondità sessuale che Rozazov avverte, sembra essere quasi un riflesso delle parole di Rilke: «Sia della carne o dello spirito, la fecondità è una, poiché l’opera dello spirito procedere dall’opera della carne e partecipa alla sua natura […]. Coloro che nel corso delle notti si congiungono, che si abbracciano in una voluttà cullante, compiono un’opera grave […]. Essi tutti chiamano l’avvenire, e perfino quando sbagliano strada, quando sono ciechi nel loro abbracci, l’avvenire giunge».

Patrizia Parnisari

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Vasilij Rozanov

Da motivi orientali

a cura di Alberto Pescetto

Introduzione di Jacques Michaut

Collana Biblioteca

Adelphi Milano, 1988

Brossura fascicoli legati

ISBN 9788845902765

pp. 224

12,00 €