RECENSIONE: Wlodek Goldkorn “Il bambino nella neve”

RECENSIONE: Wlodek Goldkorn “Il bambino nella neve”

«La Shoah è solo un vuoto. Io di quel vuoto ho paura, e questo libro è un tentativo di far fronte all’angoscia, ma negare che il vuoto è vuoto, cercare di riempirlo con presunti significati positivi e con un messaggio di speranza è peggio dell’angoscia: è il rifiuto di capire quanto il Male sia radicato dentro ognuno di noi». Ed è per questo che Włodek Goldkorn quel Male indaga, ma non per concludere che siamo tutti carnefici ma per sorvegliare la nostra anima e il nostro intelletto per non trasformarci a nostra volta in boia.

Il libro di Goldkorn, Il bambino nella neve, è in buona parte autobiografico ma non è solo la narrazione della vita di un uomo, ebreo polacco, che ha sempre cercato e perseguito la coerenza e l’onestà intellettuale, ma è soprattutto una lunga riflessione pacata, senza compiacimenti o vittimismi sulla Shoah. Il piccolo Włodek è figlio di genitori sopravvissuti a quella tragedia. La sua infanzia si svolge fra Katowice e Varsavia negli anni in cui le famiglie di origine ebraica e quelle con spiccate tendenze socialiste vivevano in case arredate con mobili Biedermeier, dove si ascoltava musica yiddish, e si leggeva Sholem Aleichem e persino un quotidiano come Tribuna operaia. Goldkorn ricorda un episodio tenero e significativo: in un giorno di primavera del 1967 il babbo gli fece dono, con aria ammantata di mistero, di un libro, un’opera che era pericoloso tenere in casa, un testo proibito a quel tempo in Polonia: l’autobiografia di Trockij in lingua yiddish. Per il giovane fu quasi un’iniziazione intellettuale, egli scorgeva in questa fiducia, in quella complicità maschile, l’ingresso nell’età adulta. La famiglia lascia la Polonia nel settembre del 1968 a causa della campagna antisemita iniziata quasi un anno prima e poi stabilita e decretata da Władysław Gomułka durante un comizio.

Goldkorn si considera un bambino privilegiato per essere cresciuto in una famiglia in cui odio, vendetta o rancore non erano impugnati o evocati; per questa ragione il rapporto ch’egli detiene con la memoria e l’indicibile è più pacato. Sa che bisogna comprendere le ragioni delle cose, non coltivando rancori e vendette. Bambino nato da genitori ebrei e comunisti, scampato agli orrori della seconda guerra mondiale, abitava in una casa abbandonata dai tedeschi in fuga, ancora colma di piatti, oggetti e mobili con impresse le svastiche con le aquile del Terzo Reich, nefasta e inquietante eredità lasciata dagli occupanti tedeschi che li avevano preceduti. Pur se il piccolo Włodek non ha vissuto in prima persona l’orrore dei lager, sa che in quei luoghi i suoi parenti sono stati decimati. Egli gioca con i compagni nel cortile fingendo di essere ad Auschwitz, mettendo dunque in campo l’orrore. Se qualcuno cercava di evadere bisognava riprenderlo e riportarlo nella baracca. La vita quotidiana nel campo veniva scandita da frasi di un gioco che noi tutti abbiamo fatto da piccoli ma che qui aveva una variante decisamente sinistra e vessatoria: «Facciamo che… una SS ti comandava di mangiare la cacca…»

Il viaggio nella memoria inizia a Katovice, sua città natale. Ma dopo cinquant’anni, come per ogni ritorno in un tempo inverso, egli subisce lo straniamento dello spazio e del luogo ormai diversi da come vivevano nel ricordo. I palazzi, le piazze, i tram sono ormai altro da ciò che erano nell’infanzia. La memoria non è mai definitiva, non si cristallizza, la memoria è viva. E Goldkorn decide di iniziare il suo cammino proprio da quel mondo scomparso, quello popolato da ebrei di cui rimangono poche fotografie e narrazioni quasi sempre reticenti. Del resto, ci ricorda, il senso dell’opera compiuta dai nazisti era proprio la cancellazione, l’azzeramento della memoria a testimonianza che in Polonia gli ebrei non erano mai esistiti. Ed erano quasi riusciti pienamente in questo intento se la sorella dell’autore, a soli 5 anni, disse un giorno: «Gli ebrei non ci sono. Sono finiti tutti nel camino». Ma l’autore indaga sul passato non per rendere giustizia, ma per affacciarsi senza speranza sulla voragine: «Esiste una bella parola ebraica, Tikkun, significa la riparazione del mondo. Ecco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione».

In seguito, Goldkorn si concentra sull’eredità della memoria visitando quattro luoghi simbolo dell’Olocausto perpetrato dai nazisti: i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Bełżec, Sobibór e Treblinka. Riesce a descrivere le proprie impressioni senza nascondere o edulcorare il proprio disagio dinnanzi a certi modi superficiali o voyeuristici di commemorare il passato avvicinando le masse all’orrore. E’ devastante vedere come i luoghi del dolore e dell’orrore siano diventati luoghi per turisti da visitare in gruppi organizzati con guide che mostrano volti addolorati o dove i più giovani, in gita scolastica, ridono e scherzano tra di loro usando i cellulari e scattando foto in giro per il lager nella più totale incomprensione di ciò che stanno attraversando. Ormai tutto lì è stato edulcorato, sembra un luogo postmoderno «una fantasmagorica costruzione posticcia». Un posto in cui è allestito un museo degli orrori, dove si ospitano installazioni e mostre per turisti fatte con oggetti appartenuti alle vittime in nome di un falso realismo. Le cose sono state ricostruite e ricomposte in bell’ordine, pulite in una palese artificialità da installazione. E allora che cos’è Auschwitz, cosa ne rimane? Per Goldkorn, «Auschwitz è un cimitero. Il mio cimitero di famiglia». Egli cita gli scritti di Vassilij Grossan, Tadeusz Borowski e Primo Levi, ma soprattutto racconta ciò che vede e avverte intorno a sé. Sa che non deve considerarsi vittima perché ha scelto Marek Edelman come maestro di vita, uno dei capi della rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia. Edelman lo aveva aiutato a capire che lui non deve considerarsi una vittima di quello che è successo, ma un ingranaggio della Storia, perché le vittime sono solo coloro che non ci sono più e che hanno trovato la morte nelle camere a gas. Difronte alla camera a gas in cui vennero uccisi alcuni membri della sua famiglia, Włodek invoca un dibbuk (il fantasma che entra nel corpo dei viventi) perché desidera almeno per poco, essere uno di loro per capire che cosa sono state davvero le camere a gas. «Sono stati strumenti di morte, non luoghi da venerare; per gli ebrei il martirio non equivale alla santità. E sicuramente sono luoghi che sfuggono ad ogni tentativo di categorizzazione di stampo metafisico». Nessuno potrà mai capire cosa sia stata quella realtà; si cerca di averne un’idea pur se vaga, ma comprendere no, il tributo da pagare sarebbe «la follia o la deriva nichilistica».

Ne Il bambino nella neve, Goldkorn narra di una sua visita al cimitero di Varsavia. Lì il silenzio parla yiddish, la lingua bellissima e preziosa che ha fatto sì ch’egli ereditasse da quei poeti la cura per le parole. Da quei poeti ha imparato che «le parole sono più importanti delle idee». Rettitudine e identità dimorano nella grammatica. «La lingua è una materia etica». Ed è esattamente ciò che Włodek riesce a fare in questo libro, paragonato per molti aspetti ad opere di Sebald, Zweig, Canetti.

Ecco la ragione forse del tentativo di comporre una razionalizzazione verbale a qualcosa che ragionevole non potrà mai essere: «La Shoah significa una rottura epistemologica e ontologica: significa l’assenza della parola, della spiegazione, del perché».

C’è un piccolo ricordo nel libro che fa comprende il sentimento di straniamento e inquietudine di fronte ai criminali nazisti. Un giorno Goldkorn vede una foto di colui che era stato accusato di aver pianificato la famosa, terribile, soluzione finale. L’uomo è ritratto, nel carcere di Ramla, con abiti sciatti e sformati e con ai piedi un paio di comode pantofole di feltro. Come era possibile che un boia, un mostro capace di ogni atrocità, potesse avere quell’aspetto innocuo e quasi ridicolo? Ecco il Male, eccolo lì in pantofole di feltro e vestito come un barbone.

Goldkorn si sofferma a lungo sul bellissimo film del polacco Andrzej Munk, Pasazerka, girato ad Auschwitz. Il regista durante le riprese del film alloggiava nell’ufficio che un tempo era stato di Rudolf Höss comandante del lager (l’uomo che ordinò di porre il motto Arbeit macht frei sul cancello d’ingresso ad Auschwitz), Munk non si era imposto una vera ricerca della verità, poiché la riteneva impossibile, ma indagava su più versioni attraverso ricordi molteplici, testimonianze di vittime sopravvissute e di testimoni. Munk aveva compreso, come Goldkorn, che la narrazione della Shoah «è anche nel ricordo del boia; ecco perché quella vicenda è indicibile».

Del resto,ci ricorda l’autore, alla catastrofe non sopravvisse neppure Dio.

Patrizia Parnisari

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Włodek Goldkorn

Il bambino nella neve

Collana Varia/Feltrinelli

Genere Autobiografico

Fotografie a colori di Neige de Benedetti

Feltrinelli Milano 2016

Brossura fresata pagine incollate

142 x 220 x 16 mm

202 pp

290 gr

16,00 €

ISBN 9788807491986